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Argomento del terzo dialogo.

      Nel terzo dialogo primieramente si niega quella
vil fantasia della figura, de le sfere e diversità di cieli; e s'affirma
uno essere il cielo, che è uno spacio generale ch'abbraccia
gl'infiniti mondi; benché non neghiamo piú, anzi infiniti cieli,
prendendo questa voce secondo altra significazione; per ciò
che come questa terra ha il suo cielo, che è la sua regione nella
quale si muove e per la quale discorre, cossí ciascuna di tutte
l'altre innumerabili. Si manifesta onde sia accaduta la imaginazione
di tali e tanti mobili deferenti e talmente figurati che
abbiano due superficie esterne ed una cava interna; ed altre
ricette e medicine che dànno nausea ed orrore agli medesimi
che le ordinano e le esequiscono, e a que' miseri che se le
inghiottiscono.
      Secondo, si avertisce che il moto generale e quello
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de gli detti eccentrici e quanti possono riferirse al detto firmamento,
tutti sono fantastici: che realmente pendeno da un
moto che fa la terra con il suo centro per l'ecliptica e quattro
altre differenze di moto che fa circa il centro de la propria
mole. Onde resta, che il moto proprio di ciascuna stella si
prende da la differenza che si può verificare suggettivamente
in essa come mobile da per sé per il campo spacioso. La qual
considerazione ne fa intendere, che tutte le raggioni del mobile
e moto infinito son vane e fondate su l'ignoranza del moto di
questo nostro globo. Terzo, si propone come non è stella
che non si muova come questa ed altre che, per essere a noi
vicine, ne fanno conoscere sensibilmente le differenze locali di
moti loro; ma che altrimente se muoveno gli soli che son
corpi dove predomina il foco, altrimente le terre ne le quali
l'acqua è predominante; e quindi si manifesta onde proceda
il lume che diffondeno le stelle, de quali altre luceno da per sé
altre per altro.
      Quarto, in qual maniera corpi distantissimi dal sole
possano equalmente come gli piú vicini partecipar il caldo;
e si riprova la sentenza attribuita ad Epicuro, come che vuole
un sole esser bastante all'infinito universo; e s'apporta la vera
differenza tra quei astri che scintillano e quei che non. Quinto
s'essamina la sentenza del Cusano circa la materia ed abitabilità
di mondi e circa la raggion del lume. Sesto, come di
corpi, benché altri sieno per sé lucidi e caldi, non per questo
il sole luce al sole e la terra luce alla medesima terra ed acqua
alla medesima acqua; ma sempre il lume procede dall'apposito
astro, come sensibilmente veggiamo tutto il mar lucente da
luoghi eminenti, come da monti; ed essendo noi nel mare,
e quando siamo ne l'istesso campo, non veggiamo risplendere
se non quanto a certa poca dimensione il lume del sole e della
luna ne si oppone. Settimo, si discorre circa la vanità
delle quinte essenze: e si dechiara che tutti corpi sensibili
non sono altri e non costano d'altri prossimi e primi principii
che questi, che non sono altrimente mobili tanto per retto
quanto per circulare. Dove tutto si tratta con raggioni piú
accomodate al senso commune, mentre Fracastorio s'accomoda
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all'ingegno di Burchio; e si manifesta apertamente che non
è accidente che si trova qua che non si presuppona là, come
non è cosa che si vede di là da qua, la quale, se ben consideriamo,
non si veda di qua da là; e conseguentemente, che
quel bell'ordine e scala di natura è un gentil sogno ed una
baia da vecchie ribambite. [>]

Bruno Inf 353-354-355