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      Però, osservando il Vico cosí da Aristotile come da Platone
usarsi assai sovente pruove mattematiche per dimostrare le cose
che ragionano essi in filosofia, egli in ciò si vide difettoso a
poter bene intendergli; onde volle applicarsi alla geometria e
inoltrarsi fino alla quinta proposizione di Euclide. E, riflettendo
che in quella dimostrazione si conteneva insomma una congruenza
di triangoli esaminata partitamente per ciascun lato
ed angolo di triangolo, che si dimostra con egual distesa combaciarsi
con ciascun lato ed angolo dell'altro, pruovava in se
stesso cosa piú facile l'intendere quelle minute veritá tutte insieme,
come in un genere metafisico, di quelle particolari quantitá
geometriche. E a suo costo sperimentò che alle menti giá
dalla metafisica fatte universali non riesce agevole quello studio
propio degli ingegni minuti, e lasciò di seguitarlo, siccome quello
che poneva in ceppi ed angustie la sua mente giá avezza col
molto studio di metafisica a spaziarsi nell'infinito de' generi; e
con la spessa lezione di oratori, di storici e di poeti dilettava
l'ingegno di osservare tra lontanissime cose nodi che in qualche
ragion comune le stringessero insieme, che sono i bei nastri
dell'eloquenza che fanno dilettevoli l'acutezze.
Vico Aut 13