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de’ nobili e degli uomini di corte, e molto piú da’ contadini,
che meglio de’ piú bassi ordini della cittá conservano i costumi
ed i linguaggi antichi, ed indi informarsi quanti e quali ne
usassero, e in che significazione l’usassero, per averne essi la
vera intelligenza.       Il terzo riguardo perché è Dante è da leggersi è per con‐
templarvi un raro esemplo di un sublime poeta. Ma questa è
la natura della sublime poesia: ch’ella non si fa apprender
per alcun’arte. Omero è il piú sublime poeta di quanti mai
appresso gli son venuti, né ebbe alcun Longino innanzi, che
gli avesse dato precetti di poetica sublimitá. E gli stessi prin‐
cipali fonti che ne dimostra Longino non si possono gustare
se non da coloro a’ quali è stato conceduto e dato in sorte
dal cielo. Sono essi, gli piú sacri e gli piú profondi, non piú
che due. Primo, altezza d’animo, che non curi altro che
gloria ed immortalitá, onde disprezzi e tenga a vile tutte
quelle cose che ammiransi dagli uomini avari, ambiziosi, molli,
dilicati e di femmineschi costumi. Secondo, animo informato
di virtú pubbliche e grandi, e sopra tutte di magnanimitá e
di giustizia. Come senz’alcun’arte, ed in forza della sublime
educazione de’ fanciulli ordinata loro da Ligurgo, gli spartani,
i quali per legge eran probiti saper di lettera, davano tutto
giorno e volgarmente in espressioni cotanto sublimi e grandi
che ne farebbono pregio i piú chiari poeti eroici e tragici
darne di poche simiglianti ne’ loro poemi. Ma quello che è
piú propio della sublimitá di Dante, egli fu la sorte di nascer
grande ingegno nel tempo della spirante barbarie d’Italia.
Perché gl’ingegni umani sono a guisa de’ terreni, i quali, per
lunghi secoli incolti, se finalmente una volta riduconsi alla
coltura, dánno sul bel principio frutti e nella perfezione e
nella grandezza e nella copia maravigliosi; ma, stanchi di
essere tuttavia piú e piú coltivati, gli dánno pochi, sciapiti
e piccioli. Che è la cagione perché nel finire de’ tempi bar‐
bari provvennero un Dante nella sublime, un Petrarca nella
dilicata poesia, un Boccaccio nella leggiadra e graziosa prosa:
esempli tutti e tre incomparabili, che si debbono in ogni
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