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o un Ennio convenevoli alla nostra cristiana religione, la qual
c’insegna i premi e i castighi delle nostre buone o cattive
operazioni essere, piú che i temporali, gli eterni. Talché le
allegorie di tal poema non sono piú di quelle riflessioni che
dee far da se stesso un leggitore d’istoria: di trarvi profitto
dagli altrui esempli.       Il secondo riguardo per lo quale Dante è da leggersi è
ch’egli è un puro e largo fonte di bellissimi favellari toscani.
Nella qual cosa non è ancora soddisfatto di un profittevole
commento, per quello stesso che dicesi volgarmente: che Dante
v’abbia raccolto i parlari di tutti i dialetti d’Italia. La qual
falsa oppenione non ha potuto che indi provvenire: perché al
Cinquecento — che dotti uomini si diedero a coltivare la to‐
scana favella che si era in Firenze parlata al Trecento, che
fu il secolo d’oro di cotal lingua, — osservando essi un gran
numero di parlari in Dante, de’ quali non avevano affatto
rincontri da altri toscani scrittori, ed altronde riconoscendone
per fortuna molti ancor vivere per le bocche di altri popoli
dell’Italia, credettero che Dante l’avesse indi raccolti e nella
sua Commedia portati. Che è lo stesso fato appunto che av‐
venne ad Omero, il quale quasi tutti i popoli della Grecia
vollero che fusse lor cittadino, perché ciascun popolo ne’ di
lui poemi ravvisava i suoi natii ancor viventi parlari. Ma sí
fatta oppenione ella è falsa per due ragioni gravissime. La
prima, perché doveva pure in que’ tempi Firenze avere la
maggior parte de’ parlari comuni con tutte l’altre cittá del‐
l’Italia: altrimenti, l’italiana favella non sarebbe stata comune
anco alla fiorentina. La seconda è che in que’ secoli infelici,
non ritruovandosi scrittori in volgari idiomi per le altre cittá
dell’Italia, come in effetto non ce ne sono pervenuti, non
bastava la vita di Dante per apprender le lingue volgari da
tanti popoli, onde, nel comporre la sua Commedia, avesse
avuto poi pronta la copia di que’ parlari che a lui facevano
d’uopo per ispiegarsi. Onde sarebbe mestieri agli accademici
della Crusca che mandassero per l’Italia un catalogo di sí
fatte voci e parlari, e dagli ordini bassi delle cittá, che meglio
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