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che se ne debbia cagione al vaso impeciato e al molto fumo
che si facea dove essi lo riponevano. Mi conferma a ciò dire
quello che nelle pestilenze si osserva: che gli uomini sogliono
usar vesti di pece per preservarsene; ch’è tanto dire quanto
per impedire che nelle vene non s’intrometta aria che possa
cagionar quella febre, che, per Tomasso Willis, non è, come
le altre tutte, che una fermentazione del sangue, a quella del
vin somigliante; — e che ’l fumo poi faccia al vino quel che
delle carni, alle quali per impedirsi la fermentazione e sec‐
carle bene, le sogliono appendere ne’ camini.       Le leggi del bere erano: che nel principio bever doves‐
sero ne’ vasi piccoli, cioè in quelli di quattr’oncie romane,
che sarebbono i bicchieri nostri comunali; — verso il fin poi
della cena, in quelli di una libbra o poco meno, che è presso
a tre bicchieri nostrali, poiché in quelli di due oncie solo gli
ammalati bevevano; — bere ogni qualunque volta si nominas‐
sero dii, amici, innamorate o ’l principe, con quella formola
di far brindisi: «Buon pro a me!», «Buon pro a voi!»,
«Buon pro ad Augusto!»; — e talora tante volte bere quante
eran le lettere dell’innamorata o del principe nominato. Ed
a chi ciò ricusava fare, il re dicea: — O bevi o vattene! —
Onde si introdusse quello sconcio e stomachevol uso di recere
ne’ conviti. Consecravan la prima bevuta a Giove conserva‐
tore, come dice Ateneo, o al buon Genio, siccome a Mercu‐
rio il primo piatto delle carni.       Appresso la cena, alla fine, succedevano le seconde mense,
ch’erano delle frutta e delle cose ammelate, peroché non ave‐
vano essi l’uso del zucchero: de’ quali doni anco n’empivano
i convitati le proprie tovaglie e gli si portavano alle lor case.
E in dipartirsi si dicevano l’un l’altro «Buon pro!», e al
signor di casa auguravano buona mente dal cielo.
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