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conseguenza, a distendersi anco i nervi del capo: onde fassi
la crapola, ch’è un dolor di capo cagionato dal mangiare e
ber troppo. Anzi, per istorcersi talora diversamente i nervi
ottici, si replicano gli oggetti e par di vedere due lucerne per
una; e alla fine, aprendosi sconciamente le piegature del
cerebro, che sono come piccioli foderini ove si fa conserva
delle imagini che abbiamo delle conosciute cose, e ravvolgen‐
dosi queste temerariamente innanzi al pensiero, fanno l’ub‐
briachezza. Adunque, col tenere stretto il capo, non di leg‐
gieri si communica fin al cerebro quel distendimento di nervi:
appunto come, premendo il deto un tasto, impedisce alla corda
communicare di lá dal deto l’impresso moto. Ma ritorniamo in
istrada per seguitare il camino, ch’è presto al fine.       La cena era divisa in tre parti. La prima delle quali si
diceva «anticena» o «del mulso», impercioché, venendo essi
assetati dal bagno, per estinguer tosto la sete, gli si appre‐
stava il mulso o di giá fatto o, partitamente, vin vecchio e
generoso e mèle d’Atene, accioché sel temprassero a posta
loro. Dopo il mulso, seguivano varie sorte di frutta di mare,
di funghi e di uccelli, come nella cena data da Metello pon‐
tefice osserva Macrobio.       La seconda parte, la quale, perché era la principale,
«cena» appellavasi, faceva smaltimento delle carni piú rare
e de’ pesci piú ricercati. E qui è non so se mi dica bello o
brutto il vedere con quanto studio s’affrettasser i romani gire
incontro alla loro rovina, e come il lusso, portato in trionfo
dall’Asia, trionfò de’ trionfanti. Vitellio (narra Svetonio) fece
un piatto estimato duemila e cinquecento docati, nel quale
mescolò fegati di scarii, pesce del mare Carpazio, che sol di
tutti rumina il cibo, cervelli di fagiani e pavoni, lingue di
pappagalli, entragne di murene pescate fin nello stretto di
Zibalterra. Cosí pregiavano i cibi non dal gusto ma dal va‐
lore. E stravaganti invero furono le pazzie che facevano nelle
triglie. Il ghiotto Ottavio ne comperò una, mandata a vendere
da Tiberio nella piazza centocinquanta ducati; Asinio Celere
un’altra, duecento: talché non dee sembrare meraviglia se quel
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