— 349 —

che ’n lavori celesti entro le stelle
spazïavan le lor menti divine,
sceser quaggiú le sante suore in terra;
non giá per consecrare ampie virtudi
che conferîro de’ gran beni al mondo,
ma piú per condennar robusti vizi
che strepito facean di gloria e vanto.
Ed Omero, di tutti altri poeti
per merto e per etá principe e padre,
cantò con chiara alta sonora tromba
i vïolati ospizi dal troiano,
quando armâr d’ira il risentito Achille
e di frodi infiammâr le faci greche,
ond’in cener cadeo Ilio distrutto;
e quanto mai senno e valor fermâro
al ben accorto e tollerante Ulisse
gli error del mar irato, e piú del mare
le Calipsi, le Circi e le sirene,
per punire in un dí ben mille offese
fatte al suo onor da’ dissoluti proci,
ghiotti, infingardi, giucatori e vani
assediator de la pudica moglie.
      Però le caste dèe, pudiche e sante,
ravvolgendo in sozzure i puri spirti,
indebolîro il generoso e maschio
ingegno che sortîr dal padre Giove.
      E con mostrose maschere caprine
salîr su i plaustri; e quelle che mai sempre
bevute avean le sacre linfe e pure,
quali salian dal limpido Ippocrene,
di vin bagnate con ridevol motti
notâr di vizi i re, gli eroi, gli dèi.
      Indi osâr comparire in su le scene
ed esporre i conviti empi e nefandi
di fatti in brani pargoletti figli,
pòrti in vivande agl’infelici padri;
Vico PoesNic 349