— 934 —
      D'una cosa voglio che sia certo il mondo: che quello, per
il che io mi essagito in questo proemiale argomento, dove
singularmente parlo a voi, eccellente Signore, e ne gli Dialogi
formati sopra gli seguenti articoli, sonetti e stanze, è ch'io
voglio ch'ognun sappia, ch'io mi stimarei molto vituperoso
e bestialaccio, se con molto pensiero, studio e fatica mi fusse
mai delettato o delettasse de imitar, come dicono, un Orfeo
circa il culto d'una donna in vita, e dopo morte, se possibil
fia, ricovrarla da l'inferno: se a pena la stimarei degna,
senza arrossir il volto, d'amarla sul naturale di quell'istante
del fiore della sua beltade e facultà di far figlioli alla natura e
Dio. Tanto manca, che vorrei parer simile a certi poeti e versificanti
in far trionfo d'una perpetua perseveranza di tale
amore, come d'una cossí pertinace pazzia, la qual sicuramente
— 935 —
può competere con tutte l'altre specie che possano far residenza
in un cervello umano: tanto, dico, son lontano da quella
vanissima, vilissima e vituperosissima gloria, che non posso
credere ch'un uomo, che si trova un granello di senso e spirito,
possa spendere piú amore in cosa simile che io abbia speso
al passato e possa spendere al presente. E per mia fede, se io
voglio adattarmi a defendere per nobile l'ingegno di quel
tosco poeta, che si mostrò tanto spasimare alle rive di Sorga
per una di Valclusa, e non voglio dire che sia stato un pazzo
da catene, donarommi a credere, e forzarommi di persuader
ad altri, che lui per non aver ingegno atto a cose megliori,
volse studiosamente nodrir quella melancolia, per celebrar non
meno il proprio ingegno su quella matassa, con esplicar gli
affetti d'un ostinato amor volgare, animale e bestiale, ch'abbiano
fatto gli altri ch'han parlato delle lodi della mosca, del
scarafone, de l'asino, de Sileno, de Priapo, scimie de quali son
coloro ch'han poetato a' nostri tempi delle lodi de gli orinali,
de la piva, della fava, del letto, delle bugie, del disonore, del
forno, del martello, della caristia, de la peste; le quali non
meno forse sen denno gir altere e superbe per la celebre bocca
de canzonieri suoi, che debbano e possano le prefate ed altre
dame per gli suoi.
      Or (perché non si faccia errore) qua non voglio che sia
tassata la dignità di quelle che son state e sono degnamente
lodate e lodabili: non quelle che possono essere e sono particolarmente
in questo paese Britannico, a cui doviamo la fideltà
ed amore ospitale: perché dove si biasimasse tutto l'orbe,
non si biasima questo, che in tal proposito non è orbe, né
— 936 —
parte d'orbe, ma diviso da quello in tutto, come sapete:
dove si raggionasse de tutto il sesso femenile, non si deve
né può intendere de alcune vostre, che non denno esser stimate
parte di quel sesso; perché non son femine, non son donne,
ma, in similitudine di quelle, son nimfe, son dive, son di sustanza
celeste, tra le quali è lecito di contemplar quell'unica
Diana, che in questo numero e proposito non voglio nominare.
Comprendasi, dunque, il geno ordinario. E di quello
ancora indegna- ed ingiustamente perseguitarei le persone:
perciò che a nessuna particulare deve essere improperato
l'imbecillità e condizion del sesso, come né il difetto e vizio
di complessione; atteso che, se in ciò è fallo ed errore, deve
essere attribuito per la specie alla natura, e non per particolare
a gl'individui. Certamente quello che circa tai supposti
abomino, è quel studioso e disordinato amor venereo che
sogliono alcuni spendervi de maniera che se gli fanno servi
con l'ingegno, e vi vegnono a cattivar le potenze ed atti piú
nobili de l'anima intellettiva. Il qual intento essendo considerato,
non sarà donna casta ed onesta che voglia per nostro
naturale e veridico discorso contristarsi e farmisi piú tosto
irata, che sottoscrivendomi amarmi di vantaggio, vituperando
passivamente quell'amor nelle donne verso gli uomini, che io
attivamente riprovo ne gli uomini verso le donne. Tal dunque
essendo il mio animo, ingegno, parere e determinazione, mi
protesto che il mio primo e principale, mezzano ed accessorio,
ultimo e finale intento in questa tessitura fu ed è d'apportare
contemplazion divina, e metter avanti a gli occhi ed orecchie
altrui furori non de volgari, ma eroici amori, ispiegati in due
parti; de le quali ciascuna è divisa in cinque dialogi.
Bruno Furori 934-935-936