— 348 —

ch’attese a celebrar cittadi e regni,
restando a solitudini diserte
i Pani ignudi e i satiri sfacciati.
      E nel sommo del cielo eterno tempio,
ch’erge le vòlte d’immortal zaffiro,
queste pittrici dive
con terren’ombre e co’ celesti lumi
dipinsero i primier famosi eroi,
che del cammin del sole oltra i confini
portâro con le lor grand’opre eccelse
su l’ali della gloria il greco nome.
Anzi sovra il sublime
Campidoglio del mondo,
di cui son spettatori uomini e dèi,
per mano de le muse
le insegne de le lor stupende imprese
in eterni trofei veggiam sospese.
Lá del leon la spoglia,
che la selva nemea distrusse ed arse,
tuttavia, quando la s’indossa il sole,
secca i torrenti e le campagne asseta.
E colá dove pende
de la Gorgone il teschio:
col terribile aspetto e spaventoso
tuttavia sembra d’impetrar le stelle,
quas’indi per stupor sieno in ciel fisse.
E lá dove la nave,
che traggittò di Ponto a’ greci lidi
il vello d’òr, ch’a la feroce amante
costò gran scelleragini e vergogna,
verso l’eternitá lenta veleggia.
Poiché gli eroi famosi e i lor trofei
con corso egual al sole
camminan stanchi una sí lunga via,
ch’oltra il cui fin non piú cammina il tempo.
      Da sí sublime stato,
Vico PoesNic 348