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che, non essendo ancora i regni in terra,
diêro a noi ’l regno sovra lor nel cielo,
siam detti «dèi de le maggiori genti»;
talché quest’ale son l’istesse appunto
di che ’l Pegaso il dorso
e Mercurio i calcagni orna e le tempia,
perché i nobili primi ritrovâro
i seminati, ond’hai tu nome e nume;
i nobili trovâr le leggi prime,
con cui Mercurio richiamò le plebi;
i nobil domâr primi il cavallo,
che lor serví poi ’n guerra, ma assai ’nnanzi
con la sua zampa fe’ sgorgare il fonte,
presso a cui si fondâr le prime terre,
ove abitâro poi le sacre muse
che le cittá de le bell’arti ornâro;
da poi ch’Apollo ritrovò la lira,
ne la quale compose de’ privati
tutt’i dianzi divisi o nervi o forze,
con cui dettò le prime leggi in carmi.
Però con lieti auspíci,
che voglion dire in lor vera ragione
una lunga prosapia e assai feconda
d’indole generosa e giusta e pia
e ben istrutta in tutte l’arti umane,
su coteste grand’ali omai ti libra,
ed agile a danzar meco ti vibra.
            Tu per sposi cosí lieti
      tante nuove biadi mieti,
      che tua falce ottusa fia.
            Ne la lor casa immortale
      di Lucina e di Giogale
      ferva pur la cura mia.
            E giá in aria a destra move
      il regale augel di Giove,
      e ’n ciel segna una dritta e lunga via.
Vico PoesNic 344