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Argomento del secondo dialogo.

      Séguita la medesima conclusione il secondo dialogo. Ove,
primo, apporta quattro raggioni, de quali la prima si prende
da quel, che tutti gli attributi de la divinità sono come ciascuno.
La seconda, da che la nostra imaginazione non deve
posser stendersi piú che la divina azione. La terza, da l'indifferenza
de l'intelletto ed azion divina, e da che non meno
intende infinito che finito. La quarta, da che, se la qualità
corporale ha potenza infinita attiva, la qualità, dico, sensibile
a noi, or che sarà di tutta che è in tutta la potenza attiva e
passiva absoluta? Secondo, mostra da che cosa corporea
non può esser finita da cosa incorporea, ma o da vacuo o da
pieno; ed in ogni modo estra il mondo è spacio, il quale al fine
non è altro che materia e l'istessa potenza passiva, dove la
non invida ed ociosa potenza attiva deve farsi in atto. E si
mostra la vanità dell'argomento d'Aristotele dalla incompossibilità
delle dimensioni. Terzo, se insegna la differenza
che è tra il mondo e l'universo, perché chi dice l'universo
infinito uno
, necessariamente distingue tra questi dui
nomi. Quarto, si apportano le raggioni contrarie, per le
quali si stima l'universo finito: dove Elpino referisce le sentenze
tutte di Aristotele, e Filoteo le va essaminando. Quelle
sono tolte altre dalla natura di corpi semplici, altre da la natura
di corpi composti; e si mostra la vanità di sei argumenti
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presi dalla definizione de gli moti che non possono essere in
infinito, e da altre simili proposizioni, le quali son senza proposito
e supposito, come si vede per le nostre raggioni. Le
quali piú naturalmente faran vedere la raggione de le differenze
e termino di moto, e, per quanto comporta l'occasione
e loco, mostrano la piú reale cognizione dell'appulso grave e
lieve; perché per esse mostramo come il corpo infinito non è
grave né lieve, e come il corpo finito riceve differenze tali,
e come non. Ed indi si fa aperta la vanità de gli argomenti di
Aristotele, il quale, argumentando contra quei che poneno il
mondo infinito, suppone il mezzo e la circonferenza, e vuole
che nel finito o infinito la terra ottegna il centro. In conclusione,
non è proposito grande o picciolo che abbia amenato
questo filosofo per destruggere l'infinità del mondo, tanto
dal primo libro Del cielo e mondo quanto dal terzo De la fisica
ascoltazione
, circa il quale non si discorra assai piú che a bastanza.
Bruno Inf 352-353