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né a scernergli me ’l niega
con l’ombre sue la notte,
la qual, col nostro qui disceso lume
onde tu vai vie piú degli altri adorno,
vince qual mai piú luminoso giorno.
Colá stretti uniti insieme
vedo il rigido Capassi
col mellifluo Cirillo.
De le genti egli maggiori
quegli è ’l mio dotto Lucina,
con cui va fido compagno
il sempre vivo,
sempre spiegato,
sempre evidente,
Galizia nostro.
V’ha l’analitico
chiaro Giacinto;
e a chi il cognome,
provido il cielo,
diede d’Ippolito,
il cui costume
al casto stile
avea di questi
serbato il cielo.
Quegli, se rompe
cert’aspri fati,
sará ’l Marcello (1)
d’un’altra Roma.
V’è pur colui
a cui nascendo
col caso volle
scherzare il fato,
e di Poeta


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      (1) Il signor don Marcello Filomarino, delle amene e severe discipline ornatis‐
simo, nipote di Ascanio, cardinale arcivescovo di Napoli [V.].
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