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di troppo accusa l’infelicitá de’ primi tempi villerecci a spie‐
garsi, ne’ quali dicevano «tante spighe», che sono particolari
piú delle messi, per dire «tanti anni», e, perch’era troppo in‐
felice l’espressione, i gramatici v’hanno supposto troppo di arte.
iv

      [408] L’ironia certamente non poté cominciare che da’ tempi della
riflessione, perch’ella è formata dal falso in forza d’una ri‐
flessione che prende maschera di veritá. E qui esce un gran
principio di cose umane, che conferma l’origine della poesia
qui scoverta: che i primi uomini della gentilitá essendo stati
semplicissimi quanto i fanciulli, i quali per natura son veri‐
tieri, le prime favole non poterono fingere nulla di falso; per
lo che dovettero necessariamente essere, quali sopra ci vennero
diffinite, vere narrazioni.
v

      [409] Per tutto ciò si è dimostro che tutti i tropi (che tutti si ri‐
ducono a questi quattro), i quali si sono finora creduti inge‐
gnosi ritruovati degli scrittori, sono stati necessari modi di spie‐
garsi [di] tutte le prime nazioni poetiche, e nella lor origine aver
avuto tutta la loro natia propietá. Ma poi che, col piú spiegarsi
la mente umana, si ritruovarono le voci che significano forme
astratte, o generi comprendenti le loro spezie, o componenti le
parti co’ loro intieri, tai parlari delle prime nazioni sono dive‐
nuti trasporti. E quindi s’incomincian a convellere que’ due
comuni errori de’ gramatici: che ’l parlare de’ prosatori è pro‐
pio, impropio quel de’ poeti; e che prima fu il parlare da prosa,
dopoi del verso.
vi

      [410] I mostri e le trasformazioni poetiche provennero per neces‐
sitá di tal prima natura umana, qual abbiamo dimostrato nelle
Degnitá che non potevan astrarre le forme o le propietá da’
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