— 304 —

vi

      [1466] Ch’i trattati de’ principi tra essoloro sono materia del diritto
natural delle genti, perché sono sostenuti dalla forza ch’essi
principi esercitano tra loro, ed altre potenze non se ne risen‐
tono; e molto piú se vi convengon anch’esse, e piú di tutto se
esse li garantiscono.
vii

      [1467] Che i regni e gl’imperi non, come le private servitú, s’intro‐
ducono con la pazienza de’ sudditi, ma che essi sudditi, co’ loro
costumi (i quali sono segni della nostra volontá piú deliberati e
gravi che non sono le parole e le loro formole, perché sono tanto
volontari che niuna cosa piace piú che celebrare i propi costumi),
essi vi convengono e gli stabiliscono; e quello: «pauci bona liber‐
tatis in cassum disserere
» sono velleitá, perché la volontá efficace
è quella con la quale, per celebrar i loro costumi, vivono sog‐
getti al monarca.
viii

      [1468] Che non si può far forza ad un intiero popolo libero (il quale
non è intiero se non sono tutti o la maggior parte di tutti), il
qual ha quella magnanima disgiontiva spiegata con quella su‐
blime espressione: «aut vivere aut occumbere liberos»; come il
mostrano quattromila numantini, non piú, d’una picciola cittá
smurata, i quali disfecero piú romani eserciti, e rendettero il loro
nome sí spaventoso a’ romani ch’in udir «numantino» fuggivano;
talché fu di bisogno d’uno Scipione affricano (ch’aveva in Car‐
tagine vinta stabilito a Roma l’imperio del mondo) per vincerla,
e pure non ne riportò altro in trionfo ch’un mucchio di ceneri
inzuppato del sangue di quelli eroi.
ix

      [1469] Che l’eroismo de’ primi padri sulle famiglie de’ famoli nello
stato di natura e poi de’ nobili sulle plebi de’ primi popoli nello
stato delle cittá (che perciò nacquero aristocratiche), egli, nelle
Vico SN30Nic 304