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d’oro: «ideo legum servi sumus, ut liberi esse possimus» — la qual
libertá il popolo romano aveva perduto, perché aveva fatto le leggi
servir all’armi, con le quali s’andava a perdere nelle guerre ci‐
vili, — essi romani principi, da Augusto incominciando, si posero
in mano la forza dell’armi per far goder a’ romani l’ugualitá delle
leggi (ch’è una delle massime propietá della monarchia: che sieno
i potenti a’ deboli con le leggi uguagliati e ’l solo monarca vi sia
in civil natura distinto); con la qual ugualitá quelli romani, ch’in
pochi altri anni si sarebbero tutti spenti con altre guerre civili, si
salvarono e vissero tanti secoli appresso in luminosissima nazione.
Ch’è l’eterna natural legge regia ch’abbiamo ragionata nel quarto
libro, con cui le nazioni dentro essoloro medesime vanno a fon‐
darsi le monarchie.
      [1457] Perché ’l marmo capitolino, ch’arrecano per pruovare tal fa‐
vola altro non contiene ch’una formola di giuramento di fedeltá
che ’l senato dava agl’imperadori (e quindi a poco vedremo con
quanta libertá se ’l facesse). Se non pure, prima il senato portava
ne’ rostri le formole delle leggi che ’l popolo voleva comandare:
in questa il popolo portò la formola nella curia, acciocché la co‐
mandasse il senato. E quindi si veda che assurdo: che, mentre
gli eruditi si sforzano col marmo capitolino legittimare la monar‐
chia, fanno la romana repubblica da libera popolare divenir ari‐
stocratica!
      [1458] Ma essi, da un certo senso occulto rimorsi, non soddisfaccen‐
dosi del marmo capitolino, si disperano che non truovano una
qualche medaglia che gli accertasse del tempo di cotal legge.
Poiché altri, niegandolo di quelli d’Augusto, la vogliono coman‐
data a’ tempi di Tiberio, sotto di cui gli piú nobili romani vi‐
lissimamente inchinavano l’atroce fasto di un gentilominuzzo di
Volsena, Elio Seiano; altri la richiamano a’ tempi di Claudio,
sotto il quale i signori delle piú splendide case romane si reca‐
vano a somma fortuna di far la corte a tre vilissimi schiavi:
Narciso, Pallante e Licino, affranchiti da quello stolido impera‐
dore; altri la vogliono comandata ne’ tempi dopo Nerone, sotto
il quale il senato, non che caduto in vilissimi ossequi (per gli
quali assai minori, molto innanzi, lo stesso Tiberio, il qual odiava
a morte la veritá, con forte disdegno, in uscire dal senato una
volta, disse ad alta voce: — «O homines ad servitutem paratos!» —
volendo dire che erano gli schiavi giá per natura che dice Aristo‐
tile, i quali naturalmente non possono viver liberi), ma precipitato
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