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Ercoli, i lor Evandri (come si è appieno sopra pruovato), i romani,
per dovunque uscirono, videro gli stessi costumi: nel Lazio, nel‐
l’Italia, nella Magna Grecia e nella Grecia oltramare, di cui le piú
luminose cittá furono Sparta ed Atene, che la divisero tutta in due
parti nella guerra peloponnesiaca, fatta tra loro per lo imperio del
mare di Grecia. Onde Tacito disse, indovinando, il vero: che in
cotal legge si era raccolto il fior fiore delle leggi di tutte le na‐
zioni del mondo. E, finche durò la giurisprudenza antica (che fu
finché Roma fu repubblica aristocratica, nella quale la giurispru‐
denza fu rigida, ch’aveva per obbietto la civil equitá), la legge si
disse venuta da Sparta, che fu repubblica aristocratica; ma, invi‐
gorendo poi la giurisprudenza nuova (ch’è benigna ed ha per ob‐
bietto l’equitá naturale), indi in poi si disse venuta da Atene, che
fu repubblica popolare, perché tal oppenione nacque ne’ tempi della
romana libertá popolare, e sotto gl’imperadori ristò.
iv

      [1454] Esse tavole ci vennero dodici noverate dalla maniera di no‐
verare delle prime genti, che con tal novero certo significavano
ogni moltitudine: come i latini, avendo piú spiegate le menti, il
fecero poi col numero «seicento»; e noi, che l’abbiamo spiega‐
tissima, il facciamo col numero prima di cento, poi di mille, final‐
mente di cento e mille, per significar infiniti. Onde furono dodici
gli dèi delle genti maggiori, dodici le fatighe d’Ercole, dodici i
villaggi de’ quali Teseo compose Atene, i quattro tempi dell’anno
divisi in dodici mesi, l’antichissime leghe delle dodici cittá del‐
l’Ionia, di dodici cittá di Toscana, dodici le parti dell’asse. Cosí
«dodici» furon dette le Tavole.
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