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      [1439] E certamente egli non per altro (e crediamo d’apporci al vero)
fa, solamente in questa giornata, intervenirvi Quinto Muzio Sce‐
vola, veneratissimo principe de’ giureconsulti della sua e forse di
tutte l’altre etá, se non perché, essendo allora divise le professioni
di giureconsulto e d’avvocato, e dovendo Marco Crasso, ch’era av‐
vocato, non giureconsulto, ragionare d’intorno alla giurisprudenza
ed alle leggi, e particolarmente contro cotal favola della legge
delle XII Tavole venuta da Atene, perché, per le due borie e delle
nazioni e de’ dotti, n’erano troppo comunemente i romani persuasi
(che Dionigi e Livio, dovendo seguire, com’è obbligazione degli
storici, le comuni persuasioni de’ popoli de’ quali scrivono, e riser‐
bar a’ critici il giudicarne la veritá, rapportarono cotal favola nelle
loro storie), acciocché ne fusse con rispetto ricevuta la riprensione,
finge esservi stato presente Quinto Muzio: il quale, se Crasso avesse
detto delle leggi alcuna cosa con errore, egli ne l’arebbe senza al‐
cun dubbio ripreso; siccome, appresso Pomponio, ne riprese questo
istesso Sulpizio il quale in questi ragionamenti interviene e inter‐
loquisce, ché, non avendo inteso una sua risposta ad un dubbio
di ragione che questi gli aveva proposto, gli disse quelle gravi pa‐
role: «turpe esse patricio viro ius, in quo versaretur, ignorare».
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