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      [1432] Finalmente a’ tempi de’ Platoni, degli Alcibiadi, de’ Senofonti,
ne’ quali Atene sfolgorava della piú civile e colta umanitá (come
il proponemmo nella Tavola cronologica e l’avvertimmo nelle di
lei Annotazioni), si porta in Roma la legge delle XII Tavole, tanto
rozza quanto si è veduto del debitore infermo obbligato a com‐
parire sull’asinello o dentro la carriuola innanzi al pretore; tanto
incivile, che, se ricusasse il reo di venire dal pretore, il creditore
allora obtorto collo lo vi strascinasse; tanto immane, crudele e fiera,
che chi a bella posta avesse appiccato il fuoco alle biade altrui
fusse bruciato vivo; che ’l falso testimone e ’l giudice, che per froda
giudicasse ingiustamente, fusse precipitato dal monte Tarpeo; che
chi mietesse o pascolasse l’altrui biade ed erbaggi di notte, fusse
appiccato (la qual Plinio riprende che piú gravemente punisca co‐
stui che chi abbia ucciso un uomo); e finalmente che ’l debitore
fallito si segasse vivo e che i brani se ne dassero a’ creditori, sic‐
come Romolo aveva punito uno re suo pari, Mezio Fuffezio, che
gli aveva fallito la fede dell’allianza (la qual legge appo Aulo Gellio
fa orrore al filosofo Favorino). Le quali tutte sono leggi degne di
venire dalle grotte de’ polifemi, sparse per sotto i monti della, ne’
suoi primi antichissimi tempi, fiera e selvaggia Sicilia, non dalla
cittá la quale, in questi tempi, in buon gusto era la piú riputata
del mondo.
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