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che venissero le cittá, e che perciò i romani fussero stati gli eroi
del mondo perché serbarono la giustizia dell’etá dell’oro fino che
le leggi vi fussero portate da Atene! Ma — cotesto eroismo ga‐
lante avendo noi in questi libri dimostrato esser una fola, una va‐
nitá, e fattala veder sulla storia romana certa, dentro il tempo
di cotesta finor cotanto ammirata romana virtú (stabilito da Livio
fin alla guerra con Pirro, piú disteso da Sallustio fin alle guerre
cartaginesi), co’ superbi, avari e crudeli costumi de’ nobili contro
la povera plebe romana, — essi pareggiatori, ove credono di sporre
i romani in comparsa di semidei, ne vanno a fare gli eslegi della
vita bestiale e nefaria; onde debbono i deboli piú tosto esser ri‐
corsi in Atene a salvare le loro vite dagli empi violenti di Obbes
all’altare degli infelici di Teseo (com’abbiamo sopra spiegato) che
all’Areopago per aver le leggi da ordinare la loro popolar libertá.
Oltreché, qual libertá popolare era da ordinarsi in quella cittá, nella
quale fin al trecento e nove (ch’è tanto dire quanto sei anni dopo
esser venuta cotal legge da Atene) la plebe romana non era di
cittadini, i quali lo ’ncominciaron ad essere col comunicarsi loro
da’ padri il connubio, come sta pienamente in questi libri pruo‐
vato? E sono essi pareggiatori necessitati di convenirvi, i quali,
dopo avere con minuta diligenza nelle [prime] dieci tavole ripartito
le leggi confaccenti alla libertá popolare, e particolarmente la te‐
stamentaria (per la quale vedemmo sopra che Agide, re di Sparta,
repubblica aristocratica, perché voleva comandarla a pro della plebe
spartana, funne fatto impiccare dagli efori), [rapportano la legge
che vieta ai plebei i connubi coi padri]. La qual legge Giacomo
Gotofredo rapporta nella tavola undecima, in quel capo: «Auspicia
incommunicata plebi sunto
», e la rapporta in una delle due ultime,
nelle quali conferirono molte delle leggi regie e molte romane
costumanze. Perché la romana storia narra apertamente che Ro‐
molo aveva con gli auspíci fondato Roma, de’ quali auspíci noi
per tutti questi libri abbiamo ad evidenza dimostrato essere state
dipendenze tutte le parti del diritto cosí privato come pubblico
de’ romani. E ’n conseguenza tutto il diritto civile romano in quel
capo chiudesi dentro l’ordine de’ nobili; e cosí, d’una repubblica
nelle prime dieci tavole ordinata popolare, con tal capo solo della ta‐
vola undecima, la fanno tutto ad un tratto severissima aristocratica.
      [1430] Non diciamo quanto sapesse del buon gusto ateniese quel capo:
che «’l reo infermo, citato, egli sull’asinello o dentro la carriuola
comparisse innanzi al pretore»! quanto esprimeva della dilicatezza
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