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menava quello da lui»; e Demostene, nell’orazione contro Pante‐
neto, recita questa legge di Solone. Come se non l’avesse insegnato
a tutte le nazioni la ragion naturale che si osservino i patti almeno
per la difesa, la quale è da essa natural ragione dettata! (1). — In
un altro capo: ch’«al tramontare del sole terminassero i giudici
di conoscere le cause»; e Samuello Petito osserva che gli arbitri
in Atene conoscevano le cause fin alla sera. Ma ogniun sa che tutti
gli antichi infin a sera attendevano a’ negozi, e che poi andavano
a’ bagni, e appresso cenavano: onde di essi le cene si leggono e
non gli pranzi.
      [1419] Nella tavola seconda: che «’l ladro di notte in ogni modo,
quel di giorno se si difendesse con armadura, fusse lecito ucci‐
dere»; la qual legge di Solone recita Demostene contro Timo‐
crate. Ma questa fu anco legge giudiziaria degli ebrei, come os‐
serva Rufino, pareggiatore delle leggi romane con le mosaiche;
talché dovette Solone portarla agli ateniesi da Palestina.
      [1420] Nella tavola ottava: che «i collegi delle arti non facciano leggi
contrarie alle pubbliche»; e Samuello Petito e Claudio Salmasio
ne rincontrano una legge di Solone. Perché, certamente, può vi‐
vere una repubblica nella quale i corpi dell’arti combattono con
lo Stato!
      [1421] Nella tavola nona: che «i giudizi criminali non sieno ordinati
con leggi singolari»; e Giacomo Gotofredo ne ritruova una simile
di Solone. Ma troppo di tempo vi volle che Lucio Silla con leggi
criminali universali ordinasse le quistioni perpetue.
      [1422] Nella tavola decima, per Giacomo Gotofredo, si proibisce il
lusso de’ funerali; e Cicerone osserva che i decemviri il vietarono
quasi con le stesse parole con le quali l’aveva proibito Solone.
Perché se n’era introdutto in Roma il lusso alla moda greca: al‐
trimenti, che sapienza sarebbe stata d’insegnarlo vietando? Lo
che avvenne molto dopo questi tempi, e, per gli nostri princípi
della logica poetica, ne fu appiccata cotal legge a’ decemviri.
      [1423] Del gius prediatorio dice Gaio giureconsulto ch’i romani ave‐
vano una legge arbitraria ad esemplo d’una attica di Solone.
Il qual gius era tanto tenuto a vile, che Quinto Muzio Scevola,


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      (1) Invece di «Come se non l’avesse insegnato», ecc., il V. aveva scritto origi‐
nariamente e poi cancellò: «Ma troppo ci vuole a crederlo che tal legge delle XII
Tavole volesse aver fermi tai patti, la quale non gli riconosceva se non stipulati
nell’atto del mancipio» [Ed.].
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