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costanza è per diametro opposto a Livio, che narra intorno a
ciò: i nobili, per dirla con lui, «desideria plebis non aspernari».
Onde, per questa ed altre maggiori contrarietá osservate ne’
Princípi del Diritto universale, essendo cotanto tra lor opposti
i primi autori che scrissero di cotal favola da presso a cin‐
quecento anni dopo, meglio sará di non credere a niun degli
due. Tanto piú che ne’ medesimi tempi non la credettero né
esso Varrone, il quale nella grande opera Rerum divinarum
et humanarum
diede origini tutte natie del Lazio a tutte le
cose divine ed umane d’essi romani; né Cicerone, il qual in
presenza di Quinto Muzio Scevola, principe de’ giureconsulti
della sua etá, fa dire a Marco Crasso oratore che la sapienza
de’ decemviri di gran lunga superava quella di Dragone e di
Solone, che diedero le leggi agli ateniesi, e quella di Ligurgo,
che diedele agli spartani: ch’è lo stesso che la legge delle
XII Tavole non era né da Sparta né da Atene venuta in Roma.
E crediamo in ciò apporci al vero: che non per altro Cicerone
fece intervenire Quinto Muzio in quella sola prima giornata
che — essendo al suo tempo cotal favola troppo ricevuta tra’
letterati, nata dalla boria de’ dotti di dare origini sappientissime
al sapere ch’essi professano (lo che s’intende da quelle parole
che ’l medesimo Crasso dice: «Fremant omnes; dicam quod
sentio
») — perché non potessero opporgli ch’un oratore par‐
lasse della storia del diritto romano, che si appartiene saper
da’ giureconsulti (essendo allora queste due professioni tra lor
divise); [onde], se Crasso avesse d’intorno a ciò detto falso,
Muzio ne l’avrebbe certamente ripreso, siccome, al riferir di
Pomponio, riprese Servio Sulpizio, ch’interviene in questi
stessi ragionamenti, dicendogli «turpe esse patricio viro ius, in
quo versaretur, ignorare
».
      [285] Ma, piú che Cicerone e Varrone, ci dá Polibio un invitto
argomento di non credere né a Dionigi né a Livio, il quale
senza contrasto seppe piú di politica di questi due e fiorí da
dugento anni piú vicino a’ decemviri che questi due. Egli (nel
libro sesto, al numero quarto e molti appresso, dell’edizione
di Giacomo Gronovio) a piè fermo si pone a contemplare la
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