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[CMA3]       Capitolo Secondo
Pratica della scienza nuova

      [1405] Ma tutta quest’Opera è stata finora ragionata come una mera
scienza contemplativa d’intorno alla comune natura delle nazioni.
Però sembra, per quest’istesso, mancare di soccorrere alla pru‐
denza umana, ond’ella s’adoperi perché le nazioni, le quali vanno
a cadere, o non rovinino affatto o non s’affrettino alla loro roina;
e ’n conseguenza mancare nella pratica, qual dee essere di
tutte le scienze, che si ravvolgono d’intorno a materie le quali
dipendono dall’umano arbitrio, che tutte si chiamano «attive».
      [1406] Cotal pratica ne può esser data facilmente da essa contem‐
plazione del corso che fanno le nazioni; dalla qual avvertiti i
sappienti delle repubbliche e i loro principi potranno con buoni
ordini e leggi ed esempli richiamar i popoli alla loro ἀκμή, o sia
stato perfetto. La pratica, la qual ne possiamo dar noi da filosofi,
ella si può chiudere dentro dell’accademie. Ed è che ’n questi
tempi umani, ne’ quali siam nati, d’ingegni scorti ed intelligenti,
dee qui, nel fine, guardarsi a rovescio la figura proposta nel
principio; e che l’accademie colle loro sètte de’ filosofi non se‐
condino la corrottella della setta di questi tempi, ma quelli tre
princípi sopra i quali si è questa Scienza fondata — cioè: che si
dia provvedenza divina; che, perché si possano, si debbano mode‐
rare l’umane passioni; e che l’anime nostre sien immortali — e
quel criterio di veritá: che si debba riverire il comun giudizio
degli uomini, o sia il senso comune del gener umano, del quale
Iddio, che non lascia sconoscersi dalle quantunque perdute na‐
zioni, non mai desta loro piú forte riflessione che quando esse
son corrottissime. Perché, mentre i popoli sono ben costumati,
essi operano le cose oneste e giuste piú che ne parlano, perché
l’operano, piú che per riflessione, per sensi: ma, quando sono
guasti e corrotti, allora, perché mal soffrono internamente sen‐
tirne la mancanza, non parlan d’altro che d’onestá e di giustizia
(come naturalmente avviene ch’uomo non d’altro parla che di ciò
ch’affetta d’essere e non lo è); e, perché sentono resister loro
la religione (la qual non possono naturalmente sconoscere e rin‐
niegare), per consolare le loro perdute coscienze, con essa reli‐
gione, empiamente pii, consagrano le loro scellerate e nefande
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