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di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero
l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicitá.
      [133] Questa degnitá pruova esservi provvedenza divina e che
ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle passioni
degli uomini, tutti attenuti alle loro private utilitá, per le quali
viverebbono da fiere bestie dentro le solitudini, ne ha fatto
gli ordini civili per gli quali vivano in umana societá.
viii

      [134] Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né
vi durano.
      [135] Questa degnitá sola, poiché ’l gener umano, da che si ha
memoria del mondo, ha vivuto e vive comportevolmente in
societá, ella determina la gran disputa, della quale i migliori
filosofi e i morali teologi ancora contendono con Carneade
scettico e con Epicuro (né Grozio l’ha pur inchiovata): se vi
sia diritto in natura, o se l’umana natura sia socievole, che
suonano la medesima cosa.
      [136] Questa medesima degnitá, congionta con la settima e ’l di
lei corollario, pruova che l’uomo abbia libero arbitrio, però
debole, di fare delle passioni virtú; ma che da Dio è aiutato,
naturalmente con la divina provvedenza, e soprannaturalmente
dalla divina grazia.
ix

      [137] Gli uomini che non sanno il vero delle cose proccurano
d’attenersi al certo, perché, non potendo soddisfare l’intelletto
con la scienza, almeno la volontá riposi sulla coscienza.
x

      [138] La filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del
vero; la filologia osserva l’autoritá dell’umano arbitrio, onde
viene la coscienza del certo.
Vico SN44-1Nic 76