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innanzi, Ercole tebano con uccider mostri e tiranni era andato
per lo mondo disseminando l’umanitá; ed alle quali medesime,
lunga etá dopo, essi greci vantavano d’averla insegnata, ma
non con tanto profitto che pure non restassero barbare. Tanto
ha di serioso e grave la succession delle scuole della filosofia
barbaresca che dice l’Ornio, alquanto piú sopra accennata, alla
quale la boria de’ dotti ha cotanto applaudito!
      [94] Che hassi a dire se fa necessitá qui l’autoritá di Lattanzio,
che risolutamente niega Pittagora essere stato discepolo d’Isaia?
La qual autoritá si rende gravissima per un luogo di Giuseffo
ebreo nell’Antichitá giudaiche, che pruova gli ebrei, a’ tempi
di Omero e di Pittagora, aver vivuto sconosciuti ad esse vicine
loro mediterranee, nonché all’oltramarine lontanissime nazioni.
Perché a Tolomeo Filadelfo, che si maravigliava perché delle
leggi mosaiche né poeta né storico alcuno avesse fatto veruna
menzione giammai, Demetrio ebreo rispose essere stati puniti
miracolosamente da Dio alcuni che attentato avevano di nar‐
rarle a’ gentili, come Teopompo che ne fu privato del senno,
e Teodette che lo fu della vista. Quindi esso Giuseffo con‐
fessa generosamente questa lor oscurezza, e ne rende queste
cagioni: «Noi — dic’egli — non abitiamo sulle marine, né ci di‐
lettiamo di mercantare e per cagione di traffichi praticare con
gli stranieri». Sul quale costume Lattanzio riflette essere stato
ciò consiglio della provvedenza divina, acciocché coi commerzi
gentileschi non si profanasse la religione del vero Dio; nel
qual detto egli è Lattanzio seguíto da Pier Cuneo, De republica
hebraeorum
. Tutto ciò si ferma con una confession pubblica
d’essi ebrei, i quali per la versione de’ Settanta facevan ogni
anno un solenne digiuno nel dí otto di tebet, ovvero dicembre;
perocché, quando ella uscí, tre giorni di tenebre furon per
tutto il mondo, come sui libri rabbinici l’osservarono il Casau‐
buono nell’Esercitazioni sopra gli Annali del Baronio, il Buxtorfio
nella Sinagoga giudaica e l’Ottingero nel Tesoro filologico. E per‐
ché i giudei grecanti, dett’«ellenisti», tra’ quali fu Aristea,
detto capo di essa versione, le attribuivano una divina auto‐
ritá, i giudei gerosolimitani gli odiavano mortalmente.
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