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di legge, la qual esce da essa interpetrazione delle parole. Per
le quali cagioni tutte s’intenda che guasto hanno essi dato alla
giurisprudenza romana con irreparabil danno, avendo fatti in mi‐
nutissimi brani i libri de’ romani giureconsulti, i quali se avessero
lasciati intieri tutti uniti in un corpo, altre testimonianze che
marmi e medaglie arebbon avuto i filologi, altri lumi i filosofi,
per iscuoprire quelli le romane antichitá e questi la natura di
questo mondo di nazioni! Lo che Bacone da Verulamio, tra perché
fu filosofo e non filologo, e perché gl’inghilesi nulla o poco cu‐
rarono la romana giurisprudenza, non seppe nemmeno disiderare;
e que’ pochi canoni, che dá d’intorno alla scienza delle leggi nel
suo aureo libro De augumentis scientiarum, non hanno né ’l nerbo
né ’l fondo c’hanno gli altri disidèri e discoverte delle quali si
adorna il suo Novus orbis scientiarum.
      [1260] [530*] [CMA2] Ma perché è costume comune delle nazioni ch’i
plebei, perché naturalmente ammirano la nobiltá, ne prendono i
favellari come l’usanze, ed al contrario i nobili, perché natural‐
mente voglion esser distinti nelle cittá, altri e altre di nuovo
ne truovano (la qual dee essere la gran cagione delle differenze
delle parole in ciascuna lingua, le quali quanto sono lo stesso nella
significazione tanto nel suono elleno son affatto diverse); [CMA3]
e perché tra’ contadini come l’usanze cosí gli antichi favellari piú
si conservano: cosí [CMA2] la voce «filius», la quale nel prin‐
cipio fu vocabolo eroico, e perciò quello che ’n giurisprudenza si
dice «vocabulum iuris», poscia, divolgatosi nella plebe romana,
passò a significare i figliuoli naturali ....; i nobili, per distin‐
guersi, presero ad usare la voce «liberi», [CMA3] con la quale
parola parla la legge delle XII Tavole, ond’è vocabolo ora di
legge e comprende di qualunque grado i nipoti, i quali, natural‐
mente, non sono figliuoli.
      [1261] [545] [CMA3] Appresso, menando innanzi la stessa maniera
di pensare, dovettero dire «poma d’oro» prima il latte e dappoi
le belle lane, che pur sono frutti di natura, con quest’ordine av‐
vertiti dopo il frumento, perché appresso si mostrerá la pastoreccia
esser venuta dopo la villereccia. Quindi appo Omero si lamenta
Atreo che Tieste gli abbia rubato le pecore d’oro; e gli argonauti
predarono il vello d’oro da Colco, ed Ercole faceva bottini di pe‐
core e capre d’oro: dal qual pregio e carezza i poeti, delle loro
amate donne, dissero «aureas papillas». Perciò lo stesso Omero
appella con perpetuo aggiunto i suoi re ....
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