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scienza che dá il criterio del vero, ovvero l’arte di ben giudicare;
per la quale, troppo fastidiosa e dilicata, non acquetandosi a niuna
veritá, finalmente caduta nello scetticismo, estima d’uguali pesi
il giusto e l’ingiusto: ella, come gl’immanissimi Galli senoni fe‐
cero co’ romani, caricando una lance con la spada, la faccia sbi‐
lanciare, preponderando all’altra dove sia il caduceo di Mercurio,
ch’è simbolo delle leggi; e cosí insegni dover servire le leggi alla
forza ingiusta dell’armi.
      [1123] L’altare sia rovinato, spezzato il lituo, rovesciato l’urciuolo,
spenta la fiaccola; e cosí ad un Dio sordo e cieco si nieghino tutti
i divini onori e sien bandite dappertutto le cerimonie divine e, ’n
conseguenza, sien tolti tralle nazioni i matrimoni solenni, che appo
tutte con divine cerimonie si contraggono, e si celebrino il con‐
cubinato e ’l puttanesimo.
      [1124] Il fascio romano sia sciolto, dissipato e disperso, e spenta ogni
moral comandata dalle religioni con l’annientamento di esse, spenta
ogni disciplina iconomica col dissolvimento de’ matrimoni, perisca
affatto la dottrina politica, onde vadano a dissolversi tutti gl’im‐
peri civili.
      [1125] La statova d’Omero s’atterri, perché i poeti fondarono con la
religione a tutti i gentili l’umanitá.
      [1126] La tavola degli alfabeti giacciasi infranta nel suolo, perché la
scienza delle lingue, con le quali parlano le religioni e le leggi,
essa è quella che le conserva.
      [1127] L’urna ceneraria dentro le selve porti iscritto «lemurum fa‐
bula», e ’l dente dell’aratro abbia spuntata la punta, e, tolta l’uni‐
versal credenza dell’immortalitá dell’anima, lasciandosi i cadaveri
inseppolti sopra la terra, s’abbandoni la coltivazione de’ campi,
non che si disabitino le cittá; e ’l timone (geroglifico degli uomini
empi senza niun’umana lingua e costume) si rinselvi ne’ boschi,
e ritorni la ferina comunione delle cose e delle donne, le quali
si debbano gli uomini appropiare con la violenza e col sangue.
      [1128] Il molto finora detto si è per facilitarti, o benigno leggitore,
la lezion di quest’opera. Mi rimane or pochissimo a dire per
priegarti a giudicarne benignamente.
      [1129] Perocché déi sapere che quell’utilissimo avviso che Dionigi
Longino, riverito da tutti per lo principe de’ critici, dá agli ora‐
tori: che, per far orazioni sublimi, loro bisogna proponersi l’eter‐
nitá della fama, e, per ciò conseguire, ne dá loro due pratiche,
noi, da’ lavori dell’eloquenza a tutti di qualsivoglia scienza innal‐
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