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cratico, e gli spartani per gli filologi ritennero assaissimo degli
antichissimi costumi eroici di Grecia. Della qual forma di go‐
verno si è qui veduto il regno romano.
xxv
      [503] Che Romolo ordinò le clientele, quali abbiamo finora im‐
maginate che, per quelle, i nobili insegnassero le leggi a’
plebei, a’ quali per ben cinquecento anni appresso le tennero
segrete, e tra essoloro le comunicavano per note overo ca‐
ratteri occulti. — Ma Romolo per le clientele difese i plebei
nella vita con ricoverargli all’asilo aperto loro nel luco. Da
Servio Tullio in poi i padri li difesero nella possessione de’
campi da essi assegnati loro sotto il peso del censo. Dalla legge
delle XII Tavole in appresso li difesero nella ragione del do‐
minio ottimo, loro da’ padri per tal legge comunicato, ond’è
la formola della revindicazione: «Aio hunc fundum meum esse
ex iure quiritium
». Nella libertá popolare tutta spiegata li di‐
fesero con assistere loro e difendergli nelle liti e nelle accuse.
xxvi
      [504] Che la plebe romana fosse di cittadini fin da’ tempi di Ro‐
molo. — Tal pregiudizio ci ha impedito di leggere con giusto
aspetto la storia e quindi di ben intendere il diritto romano
antico. Perché il diritto di contrarre nozze giuste (ché tanto
propiamente suona «connubium») fu da’ padri a’ plebei comu‐
nicato sei anni dopo la legge delle XII Tavole.
xxvii
      [505] Che le nazioni barbare guerreggiarono disperatamente per
la loro libertá. — Egli è vero: perché gli eroi guerreggiavano
per la loro libertá di signori; le plebi guerreggiavano per la
loro libertá naturale, onde avevano naturale o bonitario do‐
minio de’ campi, che godevano sotto i loro naturali signori,
che arebbono perduta con la schiavitú.
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