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      [495] Sulle cose immaginate di Orfeo, che i fondatori dell’uma‐
nitá greca, come Anfione, Lino ed altri detti «poeti teologi»,
fossero stati sappienti in divinitá, della spezie che, de’ tempi a
noi conosciuti, funne principe il divino Platone. — Ma costoro
furono sappienti nella divinitá degli auspíci o sia divinazione,
che, da «divinari», fu a’ gentili la prima divinitá.
xviii
      [496] In séguito dell’antecedente errore, che nascondessero altis‐
simi misteri di sapienza riposta entro le favole: onde si è co‐
tanto disiderata entro le favole la discoverta della sapienza
degli antichi da’ tempi di Platone fino a’ dí nostri, cioè di Ba‐
cone da Verulamio. — Ma fuvvi da essi nascosta la sapienza di
quella spezie che le cose sagre appo tutte le nazioni furono
tenute occulte agli uomini profani.
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      [497] E sopra tutti scuoprire la sapienza degli antichi in Omero,
primo certo padre di tutta la greca erudizione. — Ma Omero
fu sappiente di sapienza eroica. Che nell’Iliade propone per
esemplo dell’eroica virtú Achille, che stima diritto tra deboli
e forti non essere egualitá di ragione circa l’utilitá, come con
Ettorre il professa. Ed in esemplo dell’eroica prudenza propone
Ulisse nell’Odissea, che sempre proccura l’utilitá ingannando
sí che mantenghi salva la riputazione delle parole.
xx
      [498] Che le prime cittá nacquero dalle famiglie, intese finora di
soli figliuoli. — Ma esse nacquero dalle famiglie propiamente
cosí dette de’ famuli, che, se non fusse stato per gli primi loro
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