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scienza Grozio intenda il diritto delle genti di cui parlano i
giureconsulti romani, che in ciò da per tutto egli riprende,
ove piú tosto esso è degno di esser ripreso: quando questa fu
l’unica, somma e veramente sovrana scienza di quel popolo
immortale dintorno la giustizia della guerra e della pace. E
con quanta scienza altresí gl’interpetri intendano quel motto
«ragion civile», ove dicono che le nozze, la patria potestá,
le agnazioni, l’ereditá, le mancipazioni, le usucapioni, le sti‐
pulazioni sono propie de’ cittadini romani.
Capo xxxv

La lingua dell’armi è necessaria

per intendere la storia barbara.
      [360] Con la medesima lingua delle persone armate — che, come
a’ tempi eroici primi furono di eroi coverti di cuoi di fiere uccise,
cosí a’ tempi barbari ricorsi erano [di] nobili chiusi nel ferro,
che furono propiamente le genti d’arme — si fanno intelligi‐
bili i fatti della storia favolosa, che finora han sembrato im‐
possibili. Che narra, per esemplo, le smisurate forze degli
eroi, come Aiace «torre de’ greci», di cui non è meno incre‐
dibile Orazio Coclite, che solo sostenne un intiero esercito di
toscani sul Ponte: come de’ tempi barbari ricorsi, ove racconta
le stupende forze e corpi de’ Rolandi overo Orlandi e di altri
paladini di Francia; e quella del Reame di Napoli, che qua‐
ranta Guiscardi eroi battono eserciti intieri di saraceni. Perché
essi príncipi delle cittá solamente si dicevano far le guerre,
come oggi i soli monarchi; e le loro famiglie o caterve di
vassalli si sperdevano di veduta nello splendore de’ nomi e
degli scudi de’ loro incliti padroni, da cui, come si è sopra
dimostro, si dissero «clienti», quasi «cluenti», cioè «riful‐
genti», che è propio de’ corpi opachi illuminati, non pure de’
luminosi. Sí ne restò in ragion romana pubblica che le pro‐
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