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      Ma, vivendo egli ancora pregiudicato nel poetare, felicemente
gli avvenne che in una libreria de' padri minori osservanti
di quel castello si prese tra le mani un libro, nel cui fine
era una critica, non ben si ricorda, o apologia di un epigramma
di un valentuomo, canonico di ordine, Massa cognominato, dove
si ragionava dei numeri poetici maravigliosi, spezialmente osservati
in Virgilio; e fu sorpreso da tanta ammirazione che s'invogliò
di studiare sui poeti latini, da quel principe facendo
capo. Quindi, cominciandogli a dispiacere la sua maniera di
poetar moderna, si rivolse a coltivare la favella toscana sopra
i di lei príncipi, Boccaccio nella prosa, Dante e Petrarca nel
verso; e per vicende di giornate studiava Cicerone o Virgilio
overo Orazio, appetto il primo di Boccaccio, il secondo di Dante,
il terzo di Petrarca, su questa curiositá di vederne con integritá
di giudizio le differenze. E ne apprese di quanto in tutti e tre
la latina favella avvanzava l'italiana, leggendo sempre i piú colti
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scrittori con questo ordine tre volte: la prima per comprenderne
l'unitá dei componimenti, la seconda per veder gli attacchi e 'l
séguito delle cose, la terza, piú partitamente, per raccôrne le
belle forme del concepire e dello spiegarsi, le quali esso notava
sui libri stessi, non portava in luoghi comuni o frasari; la qual
pratica stimava condurre assai per bene usarle ai bisogni, ove
le si ricordava ne' luoghi loro: che è l'unica ragione del ben
concepire e del bene spiegarsi.
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