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E pur Teseo con la legge «De nexo soluto forti sanate» fin
da’ tempi eroici fonda la libertá degli atteniesi; e i romani,
finalmente dopo trecento anni della lor republica, la riferi‐
scono nelle XII Tavole.       Da tutte queste cose raccoglie che i romani custodirono
fortemente i costumi delle genti maggiori, sopra i quali Ro‐
molo fondò la republica e che questa custodia loro sola ci
possa dare cosí la certezza dell’origine, come la successione
non interrotta della storia profana.       Quindi, ripigliando l’ordine incominciato, propone la defi‐
nizione del ius civile in genere di Gaio, col quale «omnes
populi partim suo proprio, partim communi omnium hominum
iure utuntur
».       Due assiomi:       Primo: il ius volontario ha per sua fiaccola la storia o
delle cose o delle parole.       Secondo: è certa regola d’interpretazione che le parole
si devono prendere nella lor propia significazione, se non pure
ne siegue inconveniente.       Tre postulati:       Primo: che [per] tutto ciò che per questi princípi esso ra‐
giona che gli uomini nel tempo oscuro dovettero operare, se
non ci osta la sacra storia, e molto piú se ci assiste, si con‐
ceda che abbiano cosí operato.       Secondo: che, essendo il ius civile un ammasso di ius
gentium
e di proprio, ciò che nel ius romano si truova uni‐
forme a ciò che si narra aver gli uomini nel tempo oscuro
operato, si conceda esser de iure gentium.       Terzo: che i parlari o di prosa o di verso, e molto piú
di verso che di prosa (quando i primi scrittori profani furono
poeti), i quali convengono alle cose le quali si narrano del
tempo oscuro, quelle propriamente significhino, e che poi la
lor significazione si sia impropiata. Come, per essemplo, è
piú propio «usurpare trinoctium», detto della donna che tre
notti si toglie al marito e di sé a lui usum surripit, che «usur‐
pare
» per «interrompere la possessione con citare il posses‐
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