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Ante oculos etenim rem res finire videtur:
Aer dissepit colleis atque aëra montes,
Terra mare et contra mare terras terminat omneis:
Omne quidem vero nihil est quod finiat extra.
Usque adeo passim patet ingens copia rebus,
Finibus exemptis, in cunctas undique parteis.


      Per quel dunque, che veggiamo, piú tosto doviamo argumentar
infinito, perché non ne occorre cosa che non sia terminata
ad altro e nessuna esperimentiamo che sia terminata
da se stessa. Nono, da che non si può negare il spacio
infinito se non con la voce, come fanno gli pertinaci, avendo
considerato che il resto del spacio, dove non è mondo e che si
chiama vacuo o si finge etiam niente, non si può intendere
senza attitudine a contenere non minor di questa che contiene.
Decimo, da quel che, sicome è bene che sia questo mondo,
non è men bene che sia ciascuno de infiniti altri. Undecimo,
da che la bontà di questo mondo non è comunicabile ad altro
mondo che esser possa, come il mio essere non è comunicabile
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al di questo e quello. Duodecimo, da che non è raggione
né senso che, come si pone un infinito individuo, semplicissimo
e complicante, non permetta che sia un infinito corporeo
ed esplicato. Terzodecimo, da che questo spacio del
mondo, che a noi par tanto grande, non è parte e non è tutto
a riguardo dell'infinito, e non può esser suggetto de infinita
operazione, ed a quella è un non ente quello che dalla nostra
imbecillità si può comprendere, e si risponde a certa instanza,
che noi non ponemo l'infinito per la dignità del spacio, ma per
la dignità de le nature; perché per la raggione, da la quale
è questo, deve essere ogni altro che può essere, la cui potenza
non è attuata per l'essere di questo, come la potenza de l'essere
di Elpino non è attuata per l'atto dell'essere di Fracastorio.
Quartodecimo da che, se la potenza infinita attiva
attua l'esser corporale e dimensionale, questo deve necessariamente
essere infinito; altrimente si deroga alla natura e
dignitade di chi può fare e di chi può essere fatto. Quintodecimo,
da quel, che questo universo conceputo volgarmente
non si può dir che comprende la perfezion di tutte
cose altrimente che come io comprendo la perfezione di tutti
gli miei membri e ciascun globo tutto quello che è in esso:
come è dire, ognuno è ricco a cui non manca nulla di quel
ch'ha. Sestodecimo, da quel, che in ogni modo l'efficiente
infinito sarrebe deficiente senza l'effetto e non possiamo
capir che tale effetto solo sia lui medesimo. Al che si aggiunge
che per questo, se fusse o se è, niente si toglie di quel che deve
essere in quello che è veramente effetto, dove gli teologi nominano
azione ad extra e transeunte, oltre la immanente; perché
cossí conviene che sia infinita l'una come l'altra.
      Decimo settimo, da quel, che, dicendo il mondo
interminato, nel modo nostro séguita quiete nell'intelletto, e
dal contrario sempre innumerabilmente difficultadi ed inconvenienti.
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Oltre, si replica quel ch'è detto nel secondo e terzo.
Decimo ottavo, da quel che, se il mondo è sferico,
è figurato, è terminato, e quel termine che è oltre questo terminato
e figurato (ancor che ti piaccia chiamarlo niente), è
anco figurato di sorte che il suo concavo è gionto al di costui
convesso; perché onde comincia quel tuo niente è una concavità
indifferente almeno dalla convessitudinale superficie di questo
mondo. Decimo nono, s'aggiunge a quel che è stato
detto nel secondo. Ventesimo. si replica quello che è
stato detto nel decimo.
Bruno Inf 349-350-351