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cittadini: appunto come un de' quali dice Achille essere
stato trattato da Agamennone, il quale gli aveva
tolto a torto la sua Briseide; ove dice avergli fatto un'
oltraggio, che non si sarebbe fatto ad un giornaliere,
che non ha niuno diritto di cittadino
. Tali furon'i plebei
Romani
fin'alla contesa de' connubj. Imperciocchè
essi per la seconda Agraria accordata loro da' Nobili con
la Legge delle XII. Tavole avendo riportato il dominio
quiritario de' campi
, come si è dimostrato da molti anni
fa ne' Principj del Diritto Universale, il qual' è uno de'
due luoghi
, per gli quali non c'incresce d'esser'uscita
alla luce quell'Opera; e per Diritto delle Genti essendo
gli Stranieri capaci di dominio civile; e così i
plebei non essendo ancor cittadini, come ivan morendo,
non potevano lasciare i campi ab intestato a' congionti;
perchè non avevano suità, agnazioni, gentilità,
ch'erano dipendenze tutte delle nozze solenni;
nemmeno disponerne in testamento, perchè non erano
cittadini; talchè i campi lor'assegnati ne ritornavano
a i Nobili, da' quali avevan essi la cagion del dominio;
avvertiti di ciò subito fra tre anni fecero la pretension
de' connubj; nella quale non pretesero in quello stato
di miseri schiavi, quale la Storia Romana apertamente
ci narra, d' imparentare co' Nobili, ch'in latino
arebbe dovuto dirsi pretendere connubia cum patribus;
ma domandarono di contrarre nozze solenni, quali contraevano
i Padri
, e sì pretesero Connubia Patrum;
la solennità maggior delle quali erano gli auspicj pubblici,
che Varrone, e Messala dissero auspicj maggiori;
quali i Padri dicevano Auspicia esse sua: talchè
i plebei con tal pretensione domandarono la Cittadinanza
Romana
; di cui erano natural principio le nozze;
le quali perciò da Modestino Giureconsulto son diffinite,
omnis divini, et humani juris communicatio; che diffinizione
più propia
non può assegnarsi di essa Cittadinanza.
     
Vico SN44 277