— 1173 —
      Prese una de le Ninfe il vaso in mano, e senza altro
tentare, offrillo ad una per una, di sorte che non si trovò
chi ardisse provar prima; ma tutte de commun consentimento,
dopo averlo solamente remirato, il riferivano e
proponevano per rispetto e riverenza ad una sola; la quale
finalmente non tanto per far pericolo di sua gloria, quanto
per pietà e desío di tentar il soccorso di questi infelici,
mentre dubbia lo contrattava, - come spontaneamente,
s'aperse da se stesso. Che volete ch'io vi referisca quanto
fusse e quale l'applauso de le Ninfe? Come possete credere
ch'io possa esprimere l'estrema allegrezza de nove ciechi,
quando udîro del vase aperto, si sentîro aspergere dell'acqui
bramate, aprîro gli occhi e veddero gli doi soli,
e trovarono aver doppia felicitade: l'una della ricovrata
già persa luce, l'altra della nuovamente discuoperta, che
sola possea mostrargli l'imagine del sommo bene in terra?
Come, dico, volete ch'io possa esprimere quella allegrezza
e tripudio de voci, di spirto e di corpo, che lor medesimi,
tutti insieme, non posseano esplicare? Fu per un pezzo
il veder tanti furiosi debaccanti, in senso di color che credono
sognare, ed in vista di quelli che non credeno quello
che apertamente veggono; sin tanto che tranquillato essendo
— 1174 —
alquanto l'impeto del furore, se misero in ordine
di ruota, dove
il primo cantava e sonava la citara in questo tenore:

      O rupi, o fossi, o spine, o sterpi, o sassi,
O monti, o piani, o valli, o fiumi, o mari,
Quanto vi discuoprite grati e cari;
Ché mercé vostra e merto
N'ha fatto il ciel aperto!
O fortunatamente spesi passi!

Il secondo con la mandòra sua sonò e cantò:

      O fortunatamente spesi passi,
O diva Circe, o gloriosi affanni;
O quanti n'affligeste mesi ed anni,
Tante grazie divine,
Se tal è nostro fine
Dopo che tanto travagliati e lassi!

Il terzo con la lira sonò e cantò:

      Dopo che tanto travagliati e lassi,
Se tal porto han prescritto le tempeste,
Non fia ch'altro da far oltre ne reste

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Che ringraziar il cielo,
Ch'oppose a gli occhi il velo,
Per cui presente al fin tal luce fassi.

Il quarto con la viola cantò:

      Per cui presente al fin tal luce fassi,
Cecità degna piú ch'altro vedere,
Cure suavi piú ch'altro piacere;
Ch'a la piú degna luce
Vi siete fatta duce;
Con far men degni oggetti a l'alma cassi.

Il quinto con un timpano d'Ispagna cantò:

      Con far men degni oggetti a l'alma cassi,
Con condir di speranza alto pensiero,
Fu chi ne spinse a l'unico sentiero,
Per cui a noi si scuopra
Di Dio la piú bell'opra.
Cossí fato benigno a mostrar vassi.

Il sesto con un laúto cantò:

      Cossí fato benigno a mostrar vassi;
Perché non vuol ch'il ben succeda al bene,
O presagio di pene sien le pene:
Ma svoltando la ruota,
Or inalze, ora scuota;
Com'a vicenda, il dí e la notte dassi.

Il settimo con l'arpa d'Ibernia:

      Come a vicenda, il dí e la notte dassi,
Mentre il gran manto de faci notturne
Scolora il carro de fiamme diurne:
Talmente chi governa
Con legge sempiterna
Supprime gli eminenti e inalza i bassi.

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L'ottavo con la viola ad arco:

      Supprime gli eminenti e inalza i bassi
Chi l'infinite machini sustenta,
E con veloce, mediocre e lenta
Vertigine dispensa
In questa mole immensa
Quant'occolto si rende e aperto stassi.

Il nono con una rebecchina:

      Quant'occolto si rend'e aperto stassi,
O non nieghi, o confermi che prevagli
L'incomparabil fine a gli travagli
Campestri e montanari
De stagni, fiumi, mari,
De rupi, fossi, spine, sterpi, sassi.

Bruno Furori 1173-1174-1175-1176