— 1170 —
      - Figlia e madre di tenebre ed orrore,
(Disse ogn'un, fatto cieco di repente),
Dunque ti piacque cossí fieramente
Trattar miseri amanti,
Che ti si fêro avanti,
Facili forse a consecrart'il core? -
      Ma poi ch'a i lassi fu sedato alquanto
Quel subito furor, ch'il novo caso
Porse, ciascun piú accolto in sé rimaso,
Mentre ira al dolor cede,
Voltossi alla mercede,
Con tali accenti accompagnand'il pianto:
      - Or dunque, s'a voi piace, o nobil maga,
Che zel di gloria forse il cor ti punga,
O liquor di pietà il lenisca ed unga,
Farti piatosa a noi
Co' medicami tuoi,
Saldand'al nostro cuor l'impressa piaga;
      Se la man bella è di soccorrer vaga,
Deh, non sia tanto la dimora lunga,
Che di noi triste alcun a morte giunga
Pria che per gesti tuoi
Possiam unqua dir noi:
Tanto ne tormentò, ma piú ne appaga. -

— 1171 —
      E lei soggiunse: - O curiosi ingegni,
Prendete un altro mio vase fatale,
Che mia mano medesma aprir non vale;
Per largo e per profondo
Peregrinate il mondo,
Cercate tutti i numerosi regni:
      Perché vuol il destin che discuoperto
Mai vegna, se non quando alta saggezza
E nobil castità giunte a bellezza
V'applicaran le mani;
D'altri i studi son vani
Per far questo liquor al ciel aperto.
      Allor, s'avvien ch'aspergan le man belle
Chiunque a lor per remedio s'avicina,
Provar potrete la virtú divina
Ch'a mirabil contento
Cangiando il rio tormento,
Vedrete due piú vaghe al mondo stelle.
      Tra tanto alcun di voi non si contriste,
Quantunque a lungo in tenebre profonde
Quant'è sul firmamento se gli asconde;
Perché cotanto bene
Per quantunque gran pene
Mai degnamente avverrà che s'acquiste.

— 1172 —
      Per quell'a cui cecità vi conduce,
Dovete aver a vil ogni altro avere
E stimar tutti strazii un gran piacere;
Ché sperando mirare
Tai grazie uniche o rare,
Ben potrete spreggiar ogni altra luce. -
      Lassi! è troppo gran tempo che raminghe
Per tutt'il terren globo nostre membra
Son ite, sí ch'al fine a tutti sembra
Che la fiera sagace
Di speranza fallace
Il petto n'ingombrò con sue lusinghe.
      Miseri! ormai siam (bench'al tardi) avisti,
Ch'a quella maga, per piú nostro male,
Tenerci a bada eternamente cale;
Certo perché lei crede
Che donna non si vede
Sott'il manto del ciel con tanti acquisti.
      Or benché sappiam vana ogni speranza,
Cedemo al destin nostro e siam contenti
Di non ritrarci da penosi stenti,
E mai fermando i passi
(Benché trepidi e lassi),
Languir tutta la vita che n'avanza.
      Leggiadre Ninfe, ch'a l'erbose sponde
Del Tamesi gentil fate soggiorno,
Deh, per Dio, non abiate, o belle, a scorno
Tentar voi anco in vano
Con vostra bianca mano
Di scuoprir quel ch'il nostro vase asconde.

— 1173 —
      Chi sa? forse che in queste spiagge, dove
Con le Nereidi sue questo torrente
Si vede che cossí rapidamente
Da basso in su rimonte,
Riserpendo al suo fonte,
Ha destinat'il ciel ch'ella si trove.

Bruno Furori 1170-1171-1172-1173