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      La quinta, significata nel quinto, procede dalla
improporzionalità delli mezzi de nostra cognizione al cognoscibile;
essendo che, per contemplar le cose divine, bisogna
aprir gli occhi per mezzo de figure, similitudini ed
altre raggioni che gli peripatetici comprendono sotto il
nome de fantasmi, o per mezzo de l'essere procedere alla
speculazion de l'essenza, per via de gli effetti alla notizia
della causa; gli quali mezzi tanto manca che vagliano per
l'assecuzion di cotal fine, che piú tosto è da credere che
siano impedimenti, se creder vogliamo che la piú alta e
profonda cognizion de cose divine sia per negazione e non
per affirmazione, conoscendo che la divina beltà e bontà
non sia quello che può cader e cade sotto il nostro concetto,
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ma quello che è oltre ed oltre incomprensibile; massime
in questo stato detto speculator de fantasmi dal filosofo,
e dal teologo vision per similitudine speculare ed enigma;
perché veggiamo non gli effetti veramente e le vere specie
de le cose, o la sustanza de le idee, ma le ombre, vestigii
e simulacri de quelle, come color che son dentro l'antro
ed hanno da natività le spalli volte da l'entrata della luce,
e la faccia opposta al fondo; dove non vedeno quel che è
veramente, ma le ombre de ciò che fuor de l'antro sustanzialmente
si trova.
      Però per la aperta visione la quale ha persa, e conosce
aver persa, un spirito simile o meglior di quel di Platone
piange, desiderando l'exito da l'antro, onde non per reflessione,
ma per immediata conversazione possa riveder
sua luce.
      Minutolo. Parmi che questo cieco non versa circa la
difficultà che procede dalla vista reflessiva, ma da quella
che è caggionata dal mezzo tra la potenza visiva e l'oggetto.
      Severino. Questi doi modi, quantunque siano distinti
nella cognizion sensitiva o vision oculare, tutta volta però
concorreno in una nella cognizione razionale o intellettiva.
      Minutolo. Parmi aver inteso e letto che in ogni visione
si richiede il mezzo over intermedio tra la potenza ed oggetto.
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Perché, come per mezzo della luce diffusa ne l'aere
e la similitudine della cosa che in certa maniera procede
da quel che è visto a quel che vede, si mette in effetto l'atto
del vedere; cossí nella regione intellettuale dove splende
il sole dell'intelletto agente mediante la specie intelligibile
formata e come procedente da l'oggetto, viene a comprendere
de la divinità l'intelletto nostro o altro inferiore
a quella. Perché come l'occhio nostro (quando veggiamo)
non riceve la luce del foco ed oro in sustanza, ma in similitudine;
cossí l'intelletto, in qualunque stato che si trove,
non riceve sustanzialmente la divinità onde sieno sustanzialmente
tanti dei quante sono intelligenze, ma in similitudine;
per cui non formalmente son dei, ma denominativamente
divini, rimanendo la divinità e divina bellezza
una ed exaltata sopra le cose tutte.
      Severino. Voi dite bene; ma per vostro dire bene non è
mistiero ch'io mi ritratte, perché non ho detto il contrario;
ma bisogna che io dechiare ed expliche. Però prima dechiaro
che la visione immediata, detta da noi ed intesa,
non toglie quella sorte di mezzo che è la specie intelligibile,
né quella che è la luce; ma quella che è proporzionale alla
spessezza e densità del diafano, o pur corpo al tutto opaco
tramezzante; come aviene a colui che vede per mezzo de
le acqui piú e meno turbide, o aria nimboso e nebbioso;
il quale s'intenderebbe veder come senza mezzo, quando
gli venesse concesso de mirar per l'aria puro, lucido e terso.
Il che tutto avete come esplicato dove si dice: Spicche
fuor di tanti e sí densi ripari
. Ma ritorniamo
al nostro principale.
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      La sesta, significata nel sequente, non è altrimente
caggionata che dalla inbecillità ed insubsistenza del corpo,
il quale è in continuo moto, mutazione ed alterazione;
e le operazioni del quale bisogna che seguiteno la condizione
della sua facultà, la quale è consequente dalla condizione
della natura ed essere. Come volete voi che la immobilità,
la sussistenza, la entità, la verità sia compresa da
quello che è sempre altro ed altro, e sempre fa ed è fatto
altri- ed altrimente? Che verità, che ritratto può star
depinto ed impresso dove le pupille de gli occhi si dispergono
in acqui, l'acqui in vapore, il vapore in fiamma, la
fiamma in aura, e questa in altro ed altro, senza fine discorrendo
il suggetto del senso e cognizione per la ruota
delle mutazioni in infinito?
      Minutolo. Il moto è alterità, quel che si muove sempre
è altro ed altro, quel che è tale sempre altri- ed altrimente
si porta ed opra, perché il concetto ed affetto séguita la
raggione e condizione del suggetto. E quello che altro ed
altro, altri- ed altrimente mira, bisogna necessariamente
che sia a fatto cieco al riguardo di quella bellezza che è
sempre una ed unicamente, ed è l'istessa unità ed entità,
identità.
      Severino. Cossí è.
Bruno Furori 1158-1159-1160-1161