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      La terza, figurata nel terzo cieco, procede da che
la divina verità, secondo raggione sopranaturale detta
metafisica, mostrandosi a que' pochi alli quali si mostra,
non proviene con misura di moto e tempo, come accade
nelle scienze fisiche (cioè quelle che s'acquistano per lume
naturale, le quali, discorrendo da una cosa nota secondo
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il senso o la raggione, procedeno alla notizia d'altra cosa
ignota; il qual discorso è chiamato argumentazione); ma
subito e repentinamente, secondo il modo che conviene a
tale efficiente. Onde disse un divino: Attenuati sunt oculi
mei suspicientes in excelsum
. Onde non è richiesto van
discorso di tempo, fatica de studio ed atto d'inquisizione
per averla, ma cossí prestamente s'ingerisce, come proporzionalmente
il lume solare senza dimora si fa presente a
chi se gli volta e se gli apre.
      Minutolo. Volete dunque che gli studiosi e filosofi non
siano piú atti a questa luce che gli quantunque ignoranti?
      Severino. In certo modo non ed in certo modo sí.
Non è differenza quando la divina mente per sua providenza
viene a comunicarsi senza disposizione del suggetto,
voglio dire quando si communica, perché ella cerca ed eligge
il suggetto; ma è gran differenza quando aspetta e vuol
esser cercata e poi, secondo il suo beneplacito, vuol farsi
ritrovare. In questo modo non appare a tutti, né può
apparir ad altri che a color che la cercano. Onde è detto:
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Qui quaerunt me invenient me; ed in altro loco: Qui sitit,
veniat et bibat
.
      Minutolo. Non si può negare che l'apprensione del secondo
modo si faccia in tempo.
      Severino. Voi non distinguete tra la disposizione alla
divina luce e la apprensione di quella. Certo non niego
che al disporsi bisogna tempo, discorso, studio e fatica,
ma, come diciamo che la alterazione si fa in tempo e la
generazione in instante, e come veggiamo che con tempo
s'aprono le fenestre ed il sole entra in un momento, cossí
accade proporzionalmente al proposito.

      La quarta, significata nel seguente, non è veramente
indegna, come quella che proviene dalla consuetudine
di credere a false opinioni del volgo il quale è molto
rimosso dalle opinioni de filosofi, o pur deriva dal studio
de filosofie volgari le quali son dalla moltitudine tanto piú
stimate vere quanto piú accostano al senso commune.
E questa consuetudine è uno de grandissimi e fortissimi
inconvenienti che trovar si possano: perché (come exemplificò
Alcazele ed Averroe) similmente accade a essi,
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che come a color che da puerizia e gioventú sono consueti
a mangiar veneno, quai son dovenuti a tale, che se gli è
convertito in suave e proprio nutrimento, e per il contrario
abominano le cose veramente buone e dolci secondo la
comun natura. Ma è dignissima, perché è fondata sopra la
consuetudine de mirar la vera luce (la qual consuetudine
non può venir in uso alla moltitudine, come è detto).
Questa cecità è eroica, ed è tale, per quale degnamente
contentare si possa il presente furioso cieco, il qual tanto
manca che si cure di quella, che viene veramente a spreggiare
ogni altro vedere, e da la comunità non vorrebe
impetrar altro che libero passagio e progresso di contemplazione,
come per ordinario suole patir insidie e se gli
sogliono opporre intoppi mortali.
Bruno Furori 1155-1156-1157-1158