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      Viene al fine l'ultimo, il quale è ancor muto: perché
non possendo (per non aver ardire) dir quello che massime
vorrebe senza offendere o provocar sdegno, è privo di parlar
di qualsivogli'altra cosa. Però non parla lui, ma la sua
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guida produce la raggione circa la quale, per esser facile,
non discorro, ma solamente apporto la sentenza.
Parla la guida del nono cieco.

      Fortunati voi altri ciechi amanti,
Che la caggion del vostro mal spiegate:
Esser possete, per merto de pianti,
Graditi d'accoglienze caste e grate:
      Di quel ch'io guido, qual tra tutti quanti
Piú altamente spasma, il vampo late,
Muto forse per falta d'ardimento
Di far chiaro a sua diva il suo tormento.
      Aprite, aprite il passo,
Siate benigni a questo vacuo volto
De tristi impedimenti, o popol folto,
      Mentre ch'il busto travagliato e lasso
Va picchiando le porte
Di men penosa e piú profonda morte.

      Qua son significate nove caggioni per le quali accade
che l'umana mente sia cieca verso il divino oggetto, perché
non possa fissar gli occhi a quello. De le quali:

La prima, allegorizata per il primo cieco, è la
natura della propria specie, che per quanto comporta il
grado in cui si trova, in quello aspira per certo piú alto
che apprender possa.
      Minutolo. Perché nessun desiderio naturale è vano,
possiamo certificarci de stato piú eccellente che conviene
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a l'anima fuor di questo corpo in cui gli fia possibile d'unirsi
o avvicinarsi piú altamente al suo oggetto.
      Severino. Dici molto bene che nessuna potenza ed appulso
naturale è senza gran raggione, anzi è l'istessa regola
di natura la quale ordina le cose. Per tanto è cosa
verissima e certissima a' ben disposti ingegni, che l'animo
umano (qualunque si mostre mentre è nel corpo) per quel
medesimo che fa apparire in questo stato, fa espresso il
suo esser peregrino in questa regione; perché aspira alla
verità e bene universale, e non si contenta di quello che
viene a proposito e profitto della sua specie.

      La seconda, figurata per il secondo cieco, procede
da qualche perturbata affezione, come in proposito de
l'amore è la gelosia, la quale è come tarlo che ha medesimo
suggetto nemico e padre, cioè che rode il panno o legno
di cui è generato.
      Minutolo. Questa non mi par ch'abbia luogo nell'amor
eroico.
      Severino. Vero, secondo medesima raggione che vedesi
nell'amor volgare; ma io intendo secondo altra raggione
proporzionale a quella la quale accade in color che amano
la verità e bontà; e si mostra quando s'adirano tanto
contra quelli che la vogliono adulterare, guastare, corrompere
o che in altro modo indegnamente vogliono trattarla,
come son trovati di quelli che si son ridutti sino alla morte,
alle pene ed esser ignominiosamente trattati da gli popoli
ignoranti e sette volgari.
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      Minutolo. Certo, nessuno ama veramente il vero e buono
che non sia iracondo contra la moltitudine: come nessuno
volgarmente ama che non sia geloso e timido per la cosa
amata.
      Severino. E con questo vien ad esser cieco in molte cose
veramente; ed affatto affatto, secondo l'opinion commune,
è stolto e pazzo.
      Minutolo. Ho notato un luogo che dice esser stolti e
pazzi tutti quelli che hanno senso fuor ed estravagante
dal senso universale de gli altri uomini. Ma cotal estravaganza
è di due maniere, secondo che si va estra o con
ascender piú alto che tutti e la maggior parte sagliano
o salir possano: e questi son gli inspirati de divino furore;
o con descendere piú basso dove si trovano coloro che
hanno difetto di senso e di raggione piú che aver possano
gli molti, gli piú e gli ordinarii; ed in cotal specie di pazzia,
insensazione e cecità non si trovarà eroico geloso.
      Severino. Quantunque gli vegna detto che le molte
lettere lo fanno pazzo, non gli si può dire ingiuria da dovero.
Bruno Furori 1152-1153-1154-1155