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      Il sesto orbo è cieco, perché per il soverchio pianto
ha mandate tante lacrime che non gli è rimasto umore,
fin al ghiacio ed umor per cui come per mezzo diafano
il raggio visuale era transmesso e s'intromettea la luce
esterna e specie visibile, di sorte che talmente fu compunto
il core che tutta l'umida sustanza (il cui ufficio è
de tener unite ancora le parti diverse varie e contrarie)
è digerita; ed egli è rimasta l'amorosa affezione senza l'effetto
de le lacrime, perché l'organo è stemprato per la
vittoria degli altri elementi, ed è rimasto consequentemente
senza vedere e senza constanza de le parti del
corpo insieme. Poi propone a gli circonstanti quel che intenderete:
Parla il sesto cieco.

      Occhi non occhi; fonti, non piú fonti,
Avete sparso già l'intiero umore,
Che tenne il corpo, il spirto e l'alma gionti.
E tu, visual ghiaccio, che di fore

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      Facevi tanti oggetti a l'alma conti,
Sei digerito dal piagato core:
Cossí ver l'infernale ombroso speco
Vo menando i miei passi, arido cieco.
      Deh, non mi siate scarsi
A farmi pronto andar, di me piatosi,
Che tanti fiumi, a i giorni tenebrosi,
      Sol de mio pianto m'appagando, ho sparsi:
Or ch'ogni umor è casso,
Verso il profondo oblio datemi il passo.

      Sopragionge il seguente che ha perduta la vista da
l'intenso vampo che procedendo dal core è andato prima
a consumar gli occhi, ed appresso a leccar tutto il rimanente
umore de la sustanza de l'amante, de maniera che
tutto incinerito e messo in fiamma non è piú lui; perché
dal fuoco, la cui virtú è de dissolvere gli corpi tutti ne gli
loro atomi, è convertito in polve non compaginabile, se
per virtú de l'acqua sola gli atomi d'altri se inspessano e
congiongono a far un subsistente composto. Con tutto
ciò non è privo del senso de l'intensissime fiamme. Però
nella sestina con questo vuol farsi dar largo da passare;
ché, se qualch'uno venesse tocco da le fiamme sue, dovenerebbe
a tale che non arrebe piú senso delle fiamme infernali
come di cosa calda, che come di fredda neve. Dice
dunque:
Parla il settimo cieco.

      La beltà che per gli occhi scórse al core,
Formò nel petto mio l'alta fornace
Ch'assorbí prima il visuale umore,
Sgorgand'in alt'il suo vampo tenace;
      E poi vorando ogni altro mio liquore,
Per metter l'elemento secco in pace,
M'ha reso non compaginabil polve,
Chi ne gli atomi suoi tutto dissolve,

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      Se d'infinito male
Avete orror, datemi piazza, o gente;
Guardatevi dal mio foco cuocente;
      Che se contagion di quel v'assale,
Crederete che inverno
Sia ritrovars'al fuoco de l'inferno.

      Succede l'ottavo, la cecità del quale vien caggionata
dalla saetta che Amore gli ha fatto penetrare da gli occhi
al core. Onde si lagna non solamente come cieco, ma, ed
oltre, come ferito ed arso tanto altamente quanto non
crede ch'altro esser possa. Il cui senso è facilmente espresso
in questa sentenza:
Parla l'ottavo cieco.

      Assalto vil, ria pugna, iniqua palma,
Punt'acuta, esca edace, forte nervo,
Aspra ferita, empio ardor, cruda salma,
Stral, fuoco e laccio di quel dio protervo,
      Che punse gli occhi, arse il cor, legò l'alma
E fêmmi a un punto cieco, amante e servo,
Tal che orbo de mia piaga, incendio e nodo
Ho 'l senso in ogni tempo, loco e modo.
      Uomini, eroi e dei,
Che siete in terra, o appresso Dite o Giove,
Dite, vi priego, quando, come e dove
      Provaste, udiste o vedeste unqua omei
Medesmi o tali o tanti
Tra oppressi, tra dannati, tra gli amanti?

Bruno Furori 1150-1151-1152