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      Vedi, dunque, in certa similitudine qualmente il sommo
bene deve essere infinito, e l'appulso de l'affetto verso e
circa quello esser deggia anco infinito, acciò non vegna
talvolta a non esser bene: come il cibo che è buono al corpo,
se non ha modo, viene ad essere veleno. Ecco come l'umor
de l'Oceano non estingue quel vampo, ed il rigor de l'Artico
cerchio non tempra quell'ardore. Cossí è cattivo d'una
mano che il tiene e non lo vuole: il tiene, perché l'ha per
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suo; non lo vuole, perché (come lo fuggesse) tanto piú se
gli fa alto quanto piú ascende a quella, quanto piú la séguita
tanto piú se gli mostra lontana per raggion de eminentissima
eccellenza, secondo quel detto: Accedet homo
ad cor altum, et exaltabitur Deus.

      Cotal felicità d'affetto comincia da questa vita, ed in
questo stato ha il suo modo d'essere. Onde può dire il core
d'essere entro con il corpo, e fuori col sole, in quanto che
l'anima con la gemina facultade mette in execuzione doi
uffici: l'uno de vivificare ed attuare il corpo animabile,
l'altro de contemplare le cose superiori; perché cossí lei è
in potenza receptiva da sopra, come è verso sotto al corpo
in potenza attiva. Il corpo è come morto e cosa privativa
a l'anima la quale è sua vita e perfezione; e l'anima è come
morta e cosa privativa alla superiore illuminatrice intelligenza
da cui l'intelletto è reso in abito e formato in atto.
Quindi si dice il core essere prencipe di vita, e non esser
vivo; si dice appartenere a l'alma animante, e quella non
appartenergli: perché è infocato da l'amor divino, è convertito
finalmente in fuoco, che può accendere quello che
si gli avicina; atteso che avendo contratta in sé la divinitade,
è fatto divo; e conseguentemente con la sua specie
può innamorar altri: come nella luna può essere admirato
e magnificato il splendor del sole. Per quel poi ch'appartiene
al considerar de gli occhi, sapete che nel presente
discorso hanno doi ufficii: l'uno de imprimere nel core,
l'altro de ricevere l'impressione dal core; come anco questo
ha doi ufficii: l'uno de ricevere l'impressioni da gli occhi,
l'altro di imprimere in quelli. Gli occhi apprendono le
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specie e le proponeno al core, il core le brama ed il suo
bramare presenta a gli occhi: quelli concepeno la luce,
la diffondeno ed accendeno il fuoco in questo; questo,
scaldato ed acceso, invia il suo amore a quelli, perché lo
digeriscano. Cossí primieramente la cognizione muove
l'affetto, ed appresso l'affetto muove la cognizione. Gli
occhi, quando moveno, sono asciutti, perché fanno ufficio
di specchio e di ripresentatore; quando poi son mossi,
son turbati ed alterati; perché fanno ufficio de studioso
executore: atteso che con l'intelletto speculativo prima
si vede il bello e buono, poi la voluntà l'appetisce, ed appresso
l'intelletto industrioso lo procura, séguita e cerca.
Gli occhi lacrimosi significano la difficultà de la separazione
della cosa bramata dal bramante, la quale acciò non sazie,
non fastidisca, si porge come per studio infinito, il quale
sempre ha e sempre cerca: atteso che la felicità de' dei è
descritta per il bevere non per l'aver bevuto il nettare,
per il gustare non per aver gustato l'ambrosia, con aver
continuo affetto al cibo ed alla bevanda, e non con esser
satolli e senza desio de quelli. Indi, hanno la sazietà come
in moto ed apprensione, non come in quiete e comprensione;
non son satolli senza appetito, né sono appetenti
senza essere in certa maniera satolli.
      Laodonio. Esuries satiata, satietas esuriens.
      Liberio. Cossí a punto.
      Laodonio. Da qua posso intendere come senza biasimo,
ma con gran verità ed intelletto è stato detto, che il divino
amore piange con gemiti inenarrabili, perché con questo che
ha tutto, ama tutto, e con questo che ama tutto, ha tutto.
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      Liberio. Ma vi bisognano molte glose, se volessimo
intendere de l'amor divino che è la istessa deità; e facilmente
s'intende de l'amor divino per quanto si trova ne
gli effetti e nella subalternata natura; non dico quello che
dalla divinità si diffonde alle cose, ma quello delle cose
che aspira alla divinità.
      Laodonio. Or di questo ed altro raggionaremo a piú
aggio appresso. Andiamone.
Fine del terzo dialogo.

Bruno Furori 1136-1137-1138-1139