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      Liberio.
Prima risposta del core a gli occhi.

      Occhi, s'in me fiamma immortal s'alluma,
Ed altro non son io che fuoco ardente,
Se quel ch'a me s'avvicina s'infuma,
E veggio per mio incendio il ciel fervente;
      Come il gran vampo mio non vi consuma,
Ma l'effetto contrario in voi si sente?

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Come vi bagno, e piú tosto non cuoco,
Se non umor, ma è mia sustanza fuoco?
      Credete, ciechi voi,
Che da sí ardente incendio derivi
El doppio varco, e que' doi fonti vivi
      Da Vulcan abbian gli elementi suoi,
Come tal volt'acquista
Forza un contrario, se l'altro resista?

Vede, come non possea persuadersi il core di posser da
contraria causa e principio procedere forza di contrario
effetto, sin a questo che non vuol affirmare il modo possibile,
quando per via d'antiperistasi, che significa
il vigor che acquista il contrario da quel che, fuggendo
l'altro, viene ad unirsi, inspessarsi, inglobarsi e concentrarsi
verso l'individuo della sua virtude, la qual, quanto
piú s'allontana dalle dimensioni, tanto si rende efficace di
vantaggio.
      Laodonio. Dite ora come gli occhi risposero al core.
      Liberio.
Prima risposta de gli occhi al core.

      Ahi, cor, tua passïon sí ti confonde,
Ch'hai smarrito il sentier di tutt'il vero.
Quanto si vede in noi, quanto s'asconde,
È semenza de' mari; onde l'intero
      Nettun potrà ricovrar non altronde,
Se per sorte perdesse il grand'impero;
Come da noi deriva fiamma ardente,
Che siam del mare il gemino parente?
      Sei sí privo di senso,
Che per noi credi la fiamma trapasse,
E tant'umide porte a dietro lasse,
      Per far sentir a te l'ardor immenso?
Come splendor per vetri,
Crederai forse che per noi penétri?

Qua non voglio filosofare circa la coincidenza de contrarii,
de la quale ho studiato nel libro De principio ed
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uno; e voglio supponere quello che comunmente si
suppone, che gli contrarii nel medesimo geno son distantissimi,
onde vegna piú facilmente appreso il sentimento di
questa risposta, dove gli occhi si dicono semi o fonti, nella
virtual potenza de quali è il mare; di sorte che, se Nettuno
perdesse tutte l'acqui, le potrebbe richiamar in atto dalla
potenza loro, dove sono come in principio agente e materiale.
Però non metteno urgente necessità, quando dicono
non posser essere che la fiamma per la lor stanza e cortile
trapasse al core con lasciarsi tant'acqui a dietro, per due
caggioni: prima perché tal impedimento in atto non può
essere, se non posti in atto tali oltraggiosi ripari; secondo
perché, per quanto l'acqui sono attualmente ne gli occhi,
possono donar via al calore come alla luce; essendo che
l'esperienza dimostra che senza scaldar il specchio viene
il luminoso raggio ad accendere per via di reflessione qualche
materia che gli vegna opposta; e per un vetro, cristallo,
o altro vase pieno d'acqua, passa il raggio ad accendere
una cosa sottoposta senza che scalde il spesso corpo tramezzante:
come è verisimile ed anco vero che caggione
secche ed aduste impressioni nelle concavitadi del profondo
mare. Talmente per certa similitudine, se non per raggioni
di medesimo geno, si può considerare come sia possibile
che per il senso lubrico ed oscuro de gli occhi possa esser
scaldato ed acceso di quella luce l'affetto, la quale secondo
medesima raggione non può essere nel mezzo. Come la luce
del sole, secondo altra raggione, è nell'aria tramezzante,
altra nel senso vicino ed altra nel senso commune ed altra
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ne l'intelletto, quantunque da un modo proceda l'altro
modo di essere.
Bruno Furori 1129-1130-1131-1132