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      Qua alcuni teologi, nodriti in alcune de le sette, cercano
la verità della natura in tutte le forme naturali specifiche,
nelle quali considerano l'essenza eterna e specifico sustantifico
perpetuator della sempiterna generazione e vicissitudine
de le cose, che son chiamate dei conditori e fabricatori,
sopra gli quali soprasiede la forma de le forme,
il fonte de la luce, verità de le veritadi, dio de gli dei, per
cui tutto è pieno de divinità, verità, entità, bontà. Questa
verità è cercata come cosa inaccessibile, come oggetto
inobiettabile, non sol che incomprensibile. Però a nessun
pare possibile de vedere il sole, l'universale Apolline e
luce absoluta per specie suprema ed eccellentissima; ma
sí bene la sua ombra, la sua Diana, il mondo, l'universo,
la natura che è nelle cose, la luce che è nell'opacità della
materia, cioè quella in quanto splende nelle tenebre. De
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molti dunque, che per dette vie ed altre assai discorreno
in questa deserta selva, pochissimi son quelli che s'abbattono
al fonte de Diana. Molti rimagnono contenti de caccia
de fiere salvatiche e meno illustri, e la massima parte non
trova da comprendere avendo tese le reti al vento, e trovandosi
le mani piene di mosche. Rarissimi, dico, son gli
Atteoni alli quali sia dato dal destino di posser contemplar
la Diana ignuda, e dovenir a tale che dalla bella disposizione
del corpo della natura invaghiti in tanto, e
scorti da que' doi lumi del gemino splendor de divina
bontà e bellezza, vegnano trasformati in cervio, per quanto
non siano piú cacciatori ma caccia. Perché il fine ultimo
e finale di questa venazione è de venire allo acquisto di
quella fugace e selvaggia preda, per cui il predator dovegna
preda, il cacciator doventi caccia; perché in tutte le altre
specie di venaggione che si fa de cose particolari, il cacciatore
viene a cattivare a sé l'altre cose, assorbendo quelle
con la bocca de l'intelligenza propria; ma in quella divina
ed universale viene talmente ad apprendere che resta
necessariamente ancora compreso, assorbito, unito. Onde
da volgare, ordinario, civile e populare doviene salvatico
come cervio ed incola del deserto; vive divamente sotto
quella procerità di selva, vive nelle stanze non artificiose
di cavernosi monti, dove admira gli capi de gli gran fiumi,
dove vegeta intatto e puro da ordinarie cupiditadi, dove
piú liberamente conversa la divinità, alla quale aspirando
tanti uomini che in terra hanno volsuto gustar vita celeste,
dissero con una voce: Ecce elongavi fugiens, et mansi in
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solitudine. Cossí gli cani, pensieri de cose divine, vórano
questo Atteone, facendolo morto al volgo, alla moltitudine,
sciolto dalli nodi de perturbati sensi, libero dal carnal
carcere della materia; onde non piú vegga come per forami
e per fenestre la sua Diana, ma avendo gittate le muraglie
a terra, è tutto occhio a l'aspetto de tutto l'orizonte. Di
sorte che tutto guarda come uno, non vede piú per distinzioni
e numeri, che secondo la diversità de sensi, come de
diverse rime fanno veder ed apprendere in confusione.
Vede l'Anfitrite, il fonte de tutti numeri, de tutte specie,
de tutte raggioni, che è la monade, vera essenza de
l'essere de tutti; e se non la vede in sua essenza, in absoluta
luce, la vede nella sua genitura che gli è simile, che è la
sua imagine: perché dalla monade che è la divinitade,
procede questa monade che è la natura, l'universo, il mondo;
dove si contempla e specchia, come il sole nella luna, mediante
la quale ne illumina trovandosi egli nell'emisfero
delle sustanze intellettuali. Questa è la Diana, quello uno
che è l'istesso ente, quello ente che è l'istesso vero, quello
vero che è la natura comprensibile, in cui influisce il sole
ed il splendor della natura superiore, secondo che la unità
è destinta nella generata e generante, o producente e prodotta.
Cossí da voi medesimo potrete conchiudere il modo,
la dignità ed il successo piú degno del cacciatore e de la
caccia. Onde il furioso si vanta d'esser preda della Diana,
a cui si rese, per cui si stima gradito consorte, e piú felice
cattivo e suggiogato, che invidiar possa ad altro uomo
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che non ne può aver ch'altre tanto, o ad altro divo che ne
ave in tal specie quale è impossibile d'essere ottenuta da
natura inferiore, e per consequenza non è conveniente d'essere
desiata, né meno può cadere in appetito.
      Cesarino. Ho ben compreso quanto avete detto, e
m'avete piú che mediocremente satisfatto. Or è tempo di
ritornar a casa.
      Maricondo. Bene.
Fine del secondo dialogo.

Bruno Furori 1123-1124-1125-1126