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      Mariconda. Or l'esca de la mente bisogna dire che sia
quella sola che sempre da lei è bramata, cercata, abbracciata
e volentieri piú ch'altra cosa gustata; per cui s'empie,
s'appaga, ha prò e dovien megliore: cioè la verità alla quale
in ogni tempo, in ogni etade ed in qualsivoglia stato che si
trove l'uomo, sempre aspira, e per cui suol spreggiar qualsivoglia
fatica, tentar ogni studio, non far caso del corpo
ed aver in odio questa vita. Perché la verità è cosa incorporea;
perché nessuna, o sia fisica, o sia metafisica, o sia
matematica, si trova nel corpo; perché vedete che l'eterna
essenza umana non è ne gl'individui li quali nascono e
muoiono. È la unità specifica, disse Platone, non la moltitudine
numerale che comporta la sustanza de le cose.
Però chiamò l'idea uno e molti, stabile e mobile; perché,
come specie incorrottibile, è cosa intelligibile ed una; e
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come si communica alla materia ed è sotto il moto e generazione,
è cosa sensibile e molti. In questo secondo modo
ha piú de non ente che di ente: atteso che sempre è altro
ed altro, e corre eterno per la privazione. Nel primo modo
è ente e vero. Vedete appresso che gli matematici hanno per
conceduto che le vere figure non si trovano ne gli corpi
naturali, né vi possono essere per forza di natura, né di arte.
Sapete ancora che la verità de sustanze sopranaturali è
sopra la materia.
      Conchiudesi dunque, che a chi cerca il vero, bisogna
montar sopra la raggione de cose corporee. Oltre di ciò è
da considerare che tutto quel che si pasce, ha certa mente
e memoria naturale del suo cibo, e sempre (massime quando
fia piú necessario) ha presente la similitudine e specie di
quello, tanto piú altamente, quanto è piú alto e glorioso
chi ambisce, e quello che si cerca. Da questo, che ogni cosa
ha innata la intelligenza de quelle cose che appartegnono
alla conservazione de l'individuo e specie, ed oltre alla
perfezion sua finale, depende la industria di cercare il suo
pasto per qualche specie di venazione.
      Conviene, dunque, che l'anima umana abbia il lume,
l'ingegno e gl'instrumenti atti alla sua caccia. Qua soccorre
la contemplazione, qua viene in uso la logica, attissimo
organo alla venazione della verità, per distinguere,
trovare e giudicare. Quindi si va lustrando la selva de le
cose naturali, dove son tanti oggetti sotto l'ombra e manto;
e come in spessa, densa e deserta solitudine la verità suol
aver gli antri e cavernosi ricetti, fatti intessuti de spine,
conchiusi de boscose, ruvide e frondose piante, dove con
le raggioni piú degne ed eccellenti maggiormente s'asconde,
s'avvela e si profonda con diligenza maggiore; come noi
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sogliamo gli tesori piú grandi celare con maggior diligenza
e cura, accioché dalla moltitudine e varietà de cacciatori
(de quali altri son piú exquisiti ed exercitati, altri meno)
non vegna senza gran fatica discuoperta. Qua andò Pitagora
cercandola per le sue orme e vestigii impressi nelle
cose naturali, che son gli numeri li quali mostrano il suo
progresso, raggioni, modi ed operazioni in certo modo;
perché in numero de moltitudine, numero de misure e numero
de momento o pondo la verità e l'essere si trova in
tutte le cose. Qua andò Anaxagora ed Empedocle che,
considerando che la omnipotente ed omniparente divinità
empie il tutto, non trovavano cosa tanto minima che non
volessero che sotto quella fusse occolta secondo tutte le
raggioni, benché procedessero sempre ver là dove era
predominante ed espressa secondo raggion piú magnifica
ed alta. Qua gli Caldei la cercavano per via di suttrazione,
non sapendo che cosa di quella affirmare; e procedevano
senza cani de demostrazioni e sillogismi; ma solamente si
forzâro di profondare rimovendo, zappando, isboscando
per forza di negazione de tutte specie e predicati comprensibili
e secreti. Qua Platone andava como isvoltando,
spastinando e piantando ripari; perché le specie labili e
fugaci rimanessero come nella rete, e trattenute da le
siepe de le definizioni, considerando le cose superiori
essere participativamente, e secondo similitudine speculare
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nelle cose inferiori, e queste in quelle secondo maggior
dignità ed eccellenza; e la verità essere ne l'une e l'altre
secondo certa analogia, ordine e scala, nella quale sempre
l'infimo de l'ordine superiore conviene con il supremo
de l'ordine inferiore. E cossí si dava progresso da l'infimo
della natura al supremo, come dal male al bene, dalle tenebre
alla luce, dalla pura potenza al puro atto, per gli
mezzi. Qua Aristotele si vanta pure da le orme e vestigii
impressi di posser pervenire alla desiderata preda, mentre
da gli effetti vuol amenarsi a le cause; benché egli per il
piú (massime che tutti gli altri ch'hanno occupato il studio
a questa venazione) abbia smarrito il camino per non saper
a pena distinguere de le pedate.
Bruno Furori 1120-1121-1122-1123