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      Filoteo. Cossí abbiamo risoluto ancora il sesto argumento,
il quale, per il contatto di mondi in punto, dimanda
che cosa ritrovarsi possa in que' spacii triangulari, che non
sia di natura di cielo né di elementi. Perché noi abbiamo
un cielo, nel quale hanno gli lor spacii, regioni e distanze
competenti gli mondi; e che si diffonde per tutto, penetra
il tutto ed è continente, contiguo e continuo al tutto, e che
non lascia vacuo alcuno; eccetto se quello medesimo, come
in sito e luogo in cui tutto si muove, e spacio in cui tutto
discorre, ti piacesse chiamar vacuo, come molti chiamorno;
o pur primo suggetto, che s'intenda in esso vacuo, per non
gli far aver in parte alcuna loco, se ti piacesse privativa- e
logicamente porlo come cosa distinta per raggione, e non
per natura e sussistenza, da lo ente e corpo. Di sorte che
niente se intende essere che non sia in loco o finito o infinito,
o corporea- o incorporeamente, o secondo tutto o
secondo le parti; il qual loco infine non sia altro che spacio;
il qual spacio non sia altro che vacuo, il quale, se vogliamo
intendere come una cosa persistente, diciamo essere l'etereo
campo che contiene gli mondi; se vogliamo concipere come
cosa consistente, diciamo essere il spacio in cui è l'etereo
campo e mondi, e che non si può intendere essere in altro.
Ecco come non abbiamo necessità di fengere nuovi elementi
e mondi al contrario di coloro che per levissima occasione
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cominciorno a nominare orbi deferenti, materie divine,
parti piú rare e dense di natura celeste, quinte essenze ed
altre fantasie e nomi privi d'ogni suggetto e veritade.
      Al settimo argomento diciamo uno essere l'universo
infinito, come un continuo e composto di eteree regioni e
mondi; infiniti essere gli mondi, che in diverse regioni di
quello per medesima raggione si denno intendere ed essere
che questo in cui abitiamo noi, questo spacio e regione
s'intende ed è: come ne gli prossimi giorni ho raggionato
con Elpino, approvando e confirmando quello che disse
Democrito, Epicuro ed altri molti, che con gli occhi piú
aperti han contemplata la natura, e non si sono presentati
sordi alle importune voci di quella.
Desine quapropter, novitate exterritus ipsa,
Expuere ex animo rationem: sed magis acri
Iudicio perpende, et si tibi vera videtur,
Dede manus; aut si falsa est, accingere contra.
Quaerit enim rationem animus, cum summa loci sit
Infinita foris haec extra moenia mundi;
Quid sit ibi porro, quo prospicere usque velit mens,
Atque animi tractus liber quo pervolet ipse.
Principio nobis in cunctas undique partes,
Et latere ex utroque, infra supraque per omne,
Nulla est finis, uti docui, res ipsaque per se
Vociferatur, et elucet natura profundi.


      Crida contro l'ottavo argumento, che vuole la natura
fermarsi in un compendio; perché, benché esperimentiamo
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in ciascuno ne' mondi grandi e piccioli, non si vede però
in tutti; perché l'occhio del nostro senso, senza veder fine,
è vinto dal spacio inmenso che si presenta; e viene confuso
e superato dal numero de le stelle che sempre oltre ed oltre
si va moltiplicando; di sorte che lascia indeterminato il
senso e costrenge la raggione di sempre giongere spacio a
spacio, regione a regione, mondo a mondo.
Nullo iam pacto verisimile esse putandumst,
Undique cum vorsum spacium vacet infinitum,
Seminaque innumero numero, summaque profunda
Multimodis volitent aeterno percita motu,
Hunc unum terrarum orbem, caelumque creatum.
Quare etiam atque etiam tales fateare necesse est,
Esse alios alibi congressus materiei:
Qualis hic est avido complexu quem tenet aether.


Bruno Inf 530-531-532