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      Ma che fo io? che penso? Son forse nemico della generazione?
Ho forse in odio il sole? Rincrescemi forse il mio ed
altrui essere messo al mondo? Voglio fosre ridur gli uomini
a non raccôrre quel piú dolce pomo che può produr l'orto del
nostro terrestre paradiso? Son forse io per impedir l'instituto
santo della natura? Debbo tentare di suttrarmi io o altro
dal dolce amato giogo che n'ha messo al collo la divina
providenza? Ho forse da persuader a me e ad altri, che gli
nostri predecessori sieno nati per noi, e noi non siamo nati
per gli nostri successori? Non voglia, non voglia Dio che questo
giamai abbia possuto cadermi nel pensiero! Anzi aggiongo
che per quanti regni e beatitudini mi s'abbiano possuti proporre
e nominare, mai fui tanto savio o buono che mi potesse
venir voglia de castrarmi o dovenir eunuco. Anzi mi vergognarei,
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se cossí come mi trovo in apparenza, volesse cedere
pur un pelo a qualsivoglia che mangia degnamente il pane
per servire alla natura e Dio benedetto. E se alla buona volontà
soccorrer possano o soccorrano gl'instrumenti e gli
lavori, lo lascio considerar solo a chi ne può far giudicio e donar
sentenza. Io non credo d'esser legato; perché son certo che
non bastarebbono tutte le stringhe e tutti gli lacci che abbian
saputo e sappian mai intessere ed annodare quanti fûro e sono
stringari e lacciaiuoli, (non so se posso dir) se fusse con essi
la morte istessa, che volessero maleficiarmi. Né credo d'esser
freddo, se a refrigerar il mio caldo non penso che bastarebbono
le nevi del monte Caucaso o Rifeo. Or vedete dunque se
è la raggione o qualche difetto che mi fa parlare.
      Che dunque voglio dire? che voglio conchiudere? che
voglio determinare? Quel che voglio conchiudere e dire, o
Cavalliero illustre, è che quel ch'è di Cesare, sia donato a
Cesare, e quel ch'è de Dio, sia renduto a Dio. Voglio dire
che a le donne, benché talvolta non bastino gli onori ed ossequi
divini, non perciò se gli denno onori ed ossequii divini. Voglio
che le donne siano cossí onorate ed amate, come denno essere
amate ed onorate le donne: per tal causa dico, e per tanto,
per quanto si deve a quel poco, a quel tempo e quella occasione,
se non hanno altra virtú che naturale, cioè di quella bellezza,
di quel splendore, di quel serviggio, senza il quale denno esser
stimate piú vanamente nate al mondo che un morboso fungo,
qual con pregiudicio de meglior piante occupa la terra; e piú
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noiosamente che qualsivoglia napello o vipera che caccia il
capo fuor di quella. Voglio dire che tutte le cose de l'universo,
perché possano aver fermezza e consistenza, hanno gli suoi
pondi, numeri, ordini e misure, a fin che siano dispensate e
governate con ogni giustizia e raggione. Là onde Sileno,
Bacco, Pomona, Vertunno, il dio di Lampsaco ed altri
simili che son dei da tinello, da cervosa forte e vino rinversato,
come non siedeno in cielo a bever nettare e gustar
ambrosia nella mensa di Giove, Saturno, Pallade, Febo ed
altri simili; cossí gli lor fani, tempii, sacrificii e culti denno
essere differenti da quelli de costoro.
Bruno Furori 930-931-932