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      XII. Cesarino. Or ecco appresso un fanciullo dentro
un battello che sta ad ora ad ora per essere assorbito da
l'onde tempestose, che languido e lasso ha abandonati
gli remi. Ed evvi circa lo motto: Fronti nulla fides. Non
è dubio che questo significhe che lui dal sereno aspetto de
l'acqui fu invitato a solcar il mare infido; il quale a l'improviso
avendo inturbidato il volto, per estremo e mortal
spavento, e per impotenza di romper l'impeto, gli ha fatto
dismetter il capo, braccia e la speranza. Ma veggiamo il
resto:
      Gentil garzone, che dal lido scioglieste
La pargoletta barca, e al remo frale,
Vago del mar, l'indotta man porgeste,
Or sei repente accorto del tuo male.
      Vedi del traditor l'onde funeste,
La prora tua, ch'o troppo scende o sale;
Né l'alma, vinta da cure moleste,
Contra gli obliqui e gonfii flutti vale.
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      Cedi gli remi al tuo fiero nemico,
E con minor pensier la morte aspetti,
Che per non la veder gli occhi ti chiudi.
      Se non è presto alcun soccorso amico,
Sentirai certo or or gli ultimi effetti
De tuoi sí rozzi e curiosi studi.
      Son gli miei fati crudi
Simili a' tuoi, perché, vago d'Amore,
Sento il rigor del piú gran traditore.

      In qual maniera e perché l'amore sia traditore e frodulento,
l'abbiamo poco avanti veduto. Ma perché veggio
il seguente senza imagine e motto, credo che abbia conseguenza
con il presente: però continuamo leggendolo:
      Lasciato il porto per prova e per poco,
Feriando da studi piú maturi,
Ero messo a mirar quasi per gioco,
Quando viddi repente i fati duri.
      Quei sí m'han fatto violento il foco,
Ch'in van ritento a i lidi piú sicuri,
In van per scampo man piatosa invoco,
Perché al nemico mio ratto mi furi.
      Impotente a suttrarmi, roco e lasso,
Io cedo al mio destino, e non piú tento
Di far vani ripari a la mia morte.
      Facciami pur d'ogni altra vita casso,
E non piú tarde l'ultimo tormento,
Che m'ha prescritto la mia fera sorte.
      Tipo di mio mal forte
È quel che si commese per trastullo
Al sen nemico, improvido fanciullo.

      Qua non mi confido de intendere o determinar tutto
quel che significa il furioso. Pure è molto espressa una
strana condizione d'un animo dismesso dall'apprension
della difficultà de l'opra, grandezza de la fatica, vastità del
lavoro, da un canto; e da un altro, l'ignoranza, privazion
de l'arte, debolezza de nervi e periglio di morte. Non ha
consiglio atto al negocio; non si sa d'onde e dove debba
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voltarsi, non si mostra luogo di fuga o di rifugio; essendo
che da ogni parte minacciano l'onde de l'impeto spaventoso
e mortale. Ignoranti portum nullus suus ventus est.
Vede colui, che molto e pur troppo s'è commesso a cose
fortuite, s'aver edificato la perturbazione, il carcere, la
ruina, la summersione. Vede come la fortuna si gioca di
noi; la qual ciò che ne mette con gentilezza in mano, o lo
fa rompere facendolo versar da le mani istesse, o fa che da
l'altrui violenza ne sia tolto, e fa che ne suffoche ed avvelene,
o ne sollecita con la suspizione, timore e gelosia, a
gran danno e ruina del possessore. Fortunae an ulla putatis
dona carere dolis?
Or, perché la fortezza che non può far
esperienza di sé, è cassa; la magnanimità che non può
prevalere, è nulla, ed è vano il studio senza frutto; vede
gli effetti del timore del male, il quale è peggio ch'il male
istesso. Peior est morte timor ipse mortis. Già col timore
patisce tutto quel che teme de patire, orror ne le membra,
imbecillità ne gli nervi, tremor del corpo, anxia del spirito;
e si fa presente quel che non gli è sopragionto ancora, ed
è certo peggiore che sopragiongere gli possa. Che cosa piú
stolta che dolere per cosa futura, absente e la qual presente
non si sente?
      Cesarino. Queste son considerazioni su la superficie e
l'istoriale de la figura. Ma il proposito del furioso eroico
penso che verse circa l'imbecillità de l'ingegno umano,
il quale, attento a la divina impresa, in un subito talvolta
si trova ingolfato nell'abisso della eccellenza incomprensibile;
onde il senso ed imaginazione vien confusa ed assorbita,
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che non sapendo passar avanti, né tornar a dietro,
né dove voltarsi, svanisce e perde l'esser suo; non altrimente
che una stilla d'acqua che svanisce nel mare, o un picciol
spirito che s'attenua perdendo la propria sustanza nell'aere
spacioso ed inmenso.
      Maricondo. Bene, ma andiamone discorrendo verso la
stanza, perché è notte.
Fine del primo dialogo.

Bruno Furori 1108-1109-1110-1111