— 348 —
      Quinto, da che la definizion del loco che poneva Aristotele
non conviene al primo, massimo e comunissimo loco,
e che non val prendere la superficie prossima ed immediata al
contenuto, ed altre levitadi che fanno il loco cosa matematica
e non fisica; lascio che tra la superficie del continente e contenuto
che si muove entro quella, sempre è necessario spacio
tramezante a cui conviene piú tosto esser loco; e se vogliamo
del spacio prendere la sola superficie, bisogna che si vada
cercando in infinito un loco finito. Sesto, da che non si
può fuggir il vacuo ponendo il mondo finito, se vacuo è quello
nel quale è niente.
      Settimo, da che, sicome questo spacio nel quale è
questo mondo, se questo mondo non vi si trovasse, se intenderebbe
vacuo; cossí dove non è questo mondo, se v'intende
— 349 —
vacuo. Citra il mondo, dunque, è indifferente questo spacio
da quello: dunque, l'attitudine ch'ha questo, ha quello;
dunque, ha l'atto, perché nessuna attitudine è eterna senz'atto;
e però eviternamente ha l'atto gionto; anzi essalei è atto,
perché nell'eterno non è differente l'essere e posser essere.
Ottavo, da quel che nessun senso nega l'infinito, atteso
che non lo possiamo negare per questo, che non lo comprendiamo
col senso; ma da quel, che il senso viene compreso da
quello e la raggione viene a confirmarlo lo doviamo ponere.
Anzi se oltre ben consideriamo, il senso lo pone infinito; perché
sempre veggiamo cosa compresa da cosa, e mai sentiamo, né
con esterno né con interno senso, cosa non compresa da altra,
o simile.
Bruno Inf 348-349