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      XI. Cesarino. Veggiamo appresso che voglia dir quella
ardente saetta circa la quale è avolto il motto: Cui nova
plaga loco?
Dechiarate che luogo cerca questa per ferire.
      Maricondo. Non bisogna far altro che leggere l'articolo,
che dice cossí:
      Che la bogliente Puglia o Libia mieta
Tante spiche ed areste tante a i venti
Commetta, e mande tanti rai lucenti
Da sua circonferenza il gran pianeta,
      Quanti a gravi dolor quest'alma lieta
(Che sí triste si gode in dolci stenti)
Accoglie da due stelle strali ardenti,
Ogni senso e raggion creder mi vieta.
      Che tenti piú, dolce nemico, Amore?
Qual studio a me ferir oltre ti muove,
Or ch'una piaga è fatto tutto il core?

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      Poiché né tu, né l'altro ha un punto, dove,
Per stampar cosa nuova, o punga, o fore,
Volta, volta sicur or l'arco altrove.
      Non perder qua tue prove,
Perché, o bel dio, se non in vano, a torto
Oltre tenti amazzar colui ch'è morto.

      Tutto questo senso è metaforico come gli altri, e può
esser inteso per il sentimento di quelli. Qua la moltitudine
de strali che hanno ferito e feriscono il core, significa gl'innumerabili
individui e specie de cose, nelle quali riluce
il splendor della divina beltade, secondo gli gradi di quelle,
ed onde ne scalda l'affetto del proposto e appreso bene.
De quali l'un e l'altro, per le raggioni de potenzia ed atto,
de possibilità ed effetto, e cruciano e consolano, e donano
senso di dolce e fanno sentir l'amaro. Ma dove l'affetto
intiero è tutto convertito a Dio, cioè all'idea de le idee,
dal lume de cose intelligibili la mente viene exaltata alla
unità superessenziale, è tutta amore, tutta una, non viene
ad sentirsi sollecitata da diversi oggetti che la distraano,
ma è una sola piaga, nella quale concorre tutto l'affetto,
e che viene ad essere la sua medesima affezione. Allora non
è amore o appetito di cosa particolare che possa sollecitare,
né almeno farsi innanzi a la voluntade; perché non è cosa
piú retta ch'il dritto, non è cosa piú bella che la bellezza,
non è piú buono che la bontà, non si trova piú grande che
la grandezza, né cosa piú lucida che quella luce, la quale
con la sua presenza oscura e cassa gli lumi tutti.
      Cesarino. Al perfetto, se è perfetto, non è cosa che si
possa aggiongere: però la volontà non è capace d'altro
appetito, quando fiagli presente quello ch'è del perfetto,
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sommo e massimo. Intendere dunque posso la conclusione,
dove dice a l'amore: Non perder qua tue prove;
perché, se non in vano, a torto
(si
dice per certa similitudine e metafora) tenti amazzar
colui ch'è morto
; cioè quello che non ha
piú vita né senso circa altri oggetti, onde da quelli possa
esser punto o forato; a che oltre viene ad essere
esposto ad altre specie? E questo lamento accade a colui
che, avendo gusto de l'ottima unità, vorrebe essere al
tutto exempto ed abstratto dalla moltitudine.
      Maricondo. Intendete molto bene.
Bruno Furori 1106-1107-1108