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      Quanto al terzo argumento, dico che nell'etereo campo
non è qualche determinato punto, a cui, come al mezzo,
si muovano le cose gravi, e da cui, come verso la circonferenza,
se discostano le cose lievi; perché nell'universo
non è mezzo né circonferenza, ma, se vuoi, in tutto è mezzo
ed in ogni punto si può prendere parte di qualche circonferenza
a rispetto di qualche altro mezzo o centro. Or
quanto a noi, respettivamente si dice grave quello che
dalla circonferenza di questo globo si muove verso il mezzo;
lieve quello che secondo il contrario modo verso il contrario
sito; e vedremo che niente è grave, che medesimo
non sia lieve; perché tutte le parti de la terra successivamente
si cangiano di sito, luogo e temperamento, mentre
per longo corso di secoli non è parte centrale che non si
faccia circonferenziale, né parte circonferenziale che non
si faccia del centro o verso quello. Vedremo che gravità
e levità non è altro che appulso de le parti de corpi al proprio
continente e conservante, ovunque il sia; però non
sono differenze situali che tirano a sé tali parti, né che le
mandano da sé, ma è il desio di conservarsi, il quale spenge
ogni cosa come principio intrinseco, e, se non gli obsta
impedimento alcuno, la perduce ove meglio fugga il contrario
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e s'aggionga al conveniente. Cossí, dunque, non
meno dalla circonferenza della luna ed altri mondi, simili
a questo in specie o in geno, verso il mezzo del globo vanno
ad unirsi le parti come per forza di gravità; e verso la
circonferenza se diportano le parti assottigliate come per
forza di levità. E non è perché fuggano la circonferenza
o si appiglino alla circonferenza; perché, se questo fusse,
quanto piú a quella s'avicinano, piú velocemente e rapidamente
vi correrebono; e quanto piú da quella s'allontanano,
piú fortemente si aventarebono al contrario sito.
Del che il contrario veggiamo, atteso che, se mosse saranno
oltre la region terrestre, rimarranno librate ne l'aria e non
montaranno in alto né descenderanno al basso sin tanto
che o acquistano per apposizion di parti o per inspessazione
dal freddo gravità maggiore, per cui dividendo l'aria
sottoposto rivegnano al suo continente, over dissolute dal
caldo e attenuate, si dispergano in atomi.
      Albertino. O quanto mi sederà nell'animo questo, quando
piú pianamente m'arrete fatto vedere la indifferenza de
gli astri da questo globo terrestre!
      Filoteo. Questo facilmente vi potrà replicare Elpino nel
modo con cui l'ha possuto udire da me. E lui vi farà piú
distintamente udire come grave e lieve non è corpo alcuno
a rispetto della region dell'universo, ma delle parti a rispetto
del suo tutto, proprio continente o conservante.
Perché quelli, per desiderio di conservarsi nell'esser presente,
si moveno ad ogni differenza locale, si astrengeno
insieme, come fanno i mari e gocce, e se disgregano, come
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fanno tutt'i liquori della faccia del sole o altri fuochi.
Perché ogni moto naturale, che è da principio instrinseco,
non è se non per fuggir il disconveniente e contrario e seguitare
l'amico e conveniente. Però niente si muove dal suo
loco, se non discacciato dal contrario; niente nel suo loco
è grave né lieve; ma la terra, sullevata all'aria, mentre si
forza al suo loco, è grave e si sente grave. Cossí l'acqua,
suspesa a l'aria, è grave; non è grave nel proprio loco.
Però a gli sommersi tutta l'acqua non è grave, e picciolo
vase pieno d'acqua sopra l'aria, fuor della superficie dell'
arida, aggrava. Il capo al proprio busto non è grave,
ma il capo d'un altro sarà grave, se ne sarà sopraposto;
la raggion del che è il non essere nel suo loco naturale.
Se, dunque, gravità e levità è appulso al loco conservante
e fuga dal contrario, niente, naturalmente constituito, è
lieve: e niente ha gravità o levità molto discosto dal proprio
conservante, e molto rimosso dal contrario, sin che
non senta l'utile dell'uno e la noia dell'altro; ma se, sentendo
la noia dell'uno, despera ed è perplesso ed irresoluto
del contrario, a quello viene ad esser vinto.
      Albertino. Promettete, ed in gran parte ponete in effetto,
gran cose.
      Filoteo. Per non recitar due volte il medesimo, commetto
ad Elpino, che vi dica il restante.
      Albertino. Mi par intender tutto, perché un dubio eccita
l'altro, una verità dimostra l'altra: ed io comincio ad
intendere piú che non posso esplicare; e sin ora molte cose
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avevo per certe, che comincio a tenerle per dubie. Onde
mi sento a poco a poco facile a potervi consentire.
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