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      IX. Cesarino. Vedasi ora quel che vien presentato per
quelle due saette radianti sopra una targa, circa la quale
è scritto Vicit instans.
      Maricondo. La guerra continua tra l'anima del furioso;
la qual gran tempo per la maggiore familiarità che avea
con la materia, era piú dura ed inetta ad esser penetrata
da gli raggi del splendor della divina intelligenza e spezie
della divina bontade; per il qual spacio dice ch'il cor smaltato
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de diamante, cioè l'affetto duro ed inetto ad esser
riscaldato e penetrato, ha fatto riparo a gli colpi d'amore
che aportavano gli assalti da parti innumerabili. Vuol dire,
non ha sentito impiagarsi da quelle piaghe de vita eterna
de le quali parla la Cantica quando dice: Vulnerasti cor
meum, o dilecta, vulnerasti cor meum
. Le quali piaghe
non son di ferro, o d'altra materia, per vigor e forza de
nervi; ma son freccie de Diana o di Febo: cioè o della dea
de gli deserti della contemplazione de la Veritade, cioè
della Diana, che è l'ordine di seconde intelligenze che riportano
il splendor ricevuto dalla prima, per comunicarlo
a gli altri che son privi de piú aperta visione; o pur del
nume piú principale, Apollo, che con il proprio e non improntato
splendore manda le sue saette, cioè gli suoi raggi,
da parti innumerabili, tali e tante che son tutte le specie
delle cose; le quali son indicatrici della divina bontà, intelligenza,
beltade e sapienza, secondo diversi ordini dall'apprension
dovenir furiosi amanti, percioché l'adamantino
suggetto non ripercuota dalla sua superficie il lume
impresso, ma, rammollato e domato dal calore e lume,
vegna a farsi tutto in sustanza luminoso, tutto luce, con
ciò che vegna penetrato entro l'affetto e concetto. Questo
non è subito nel principio della generazione, quando l'anima
di fresco esce ad essere inebriata di Lete ed imbibita de
l'onde de l'oblio e confusione; onde il spirito vien piú cattivato
al corpo e messo in essercizio della vegetazione, ed
a poco a poco si va digerendo per esser atto a gli atti della
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sensitiva facultade, sin tanto che per la razionale e discorsiva
vegna a piú pura intellettiva, onde può introdursi a
la mente e non piú sentirsi annubilata per le fumositadi
di quell'umore che per l'exercizio di contemplazione non
s'è putrefatto nel stomaco, ma è maturamente digesto.
      Nella qual disposizione il presente furioso mostra aver
durato sei lustri, nel discorso de quali non era
venuto a quella purità di concetto, che potesse farsi capace
abitazione delle specie peregrine, che offrendosi a tutte
ugualmente batteno sempre alla porta de l'intelligenza.
Al fine l'amore che da diverse parti ed in diverse volte
l'avea assaltato come in vano (qualmente il sole in vano
se dice lucere e scaldare a quelli che son nelle viscere de la
terra ed opaco profondo), per essersi accampato in
quelle luci sante
, cioè per aver mostrato per due
specie intelligibili la divina bellezza, la quale con la raggione
di verità gli legò l'intelletto e con la raggione di bontà
scaldogli l'affetto, vennero superati gli studi materiali
e sensitivi che altre volte soleano come trionfare, rimanendo
(a mal grado de l'eccellenza de l'anima) intatti; perché
quelle luci che facea presente l'intelletto agente illuminatore
e sole d'intelligenza, ebbero facile entrata per le sue
luci: quella della verità per la porta de la potenza intellettiva;
quella della bontà per la porta della potenza appetitiva
al core, cioè alla sustanza del generale affetto. Questo
fu quel doppio strale che venne come
da man de guerriero irato
; cioè piú pronto,
piú efficace, piú ardito, che per tanto tempo innanzi s'era
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dimostrato come piú debole o negligente. Allora quando
primieramente fu sí scaldato ed illuminato nel concetto,
fu quello vittorioso punto e momento, per cui è detto:
Vicit instans. Indi possete intendere il senso della proposta
figura, motto ed articolo che dice:
      Forte a' colpi d'Amor feci riparo
Quando assalti da parti varie e tante
Sofferse il cor smaltato di diamante;
Ond'i miei studi de' suoi trionfâro.
      Al fin (come gli cieli destinâro)
Un dí accampossi in quelle luci sante,
Che per le mie, sole tra tutte quante,
Facil entrata al cor mio ritrovâro.
      Indi mi s'avventò quel doppio strale,
Che da man di guerriero irato venne,
Qual sei lustri assalir mi seppe male.
      Notò quel luogo, e forte vi si tenne,
Piantò 'l trofeo di me là d'onde vale
Tener ristrette mie fugaci penne.
      Indi con piú sollenne
Apparecchio, mai cessano ferire
Mio cor del mio dolce nemico l'ire.

      Singular instante fu il termine del cominciamento e
perfezione della vittoria; singulari gemine specie furon
quelle, che sole tra tutte quante trovâro facile entrata;
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atteso che quelle contegnono in sé l'efficacia e virtú de tutte
l'altre; atteso che qual forma megliore e piú eccellente può
presentarsi che di quella bellezza, bontà e verità, la quale
è il fonte d'ogni altra verità, bontà, beltade? Notò
quel luogo
, prese possessione de l'affetto, rimarcollo,
impressevi il carattere di sé; e forte vi si
tenne
, e se l'ha confirmato, stabilito, sancito di sorte
che non possa piú perderlo: percioché è impossibile che uno
possa voltarsi ad amar altra cosa, quando una volta ha
compreso nel concetto la bellezza divina; ed è impossibile
che possa far di non amarla, come è impossibile che nell'
appetito cada altro che bene o specie di bene. E però
massimamente deve convenire l'appetenzia del sommo
bene. Cossí ristrette son le penne che soleano
esser fugaci, concorrendo giú col pondo della materia.
Cossí da là mai cessano ferire, sollecitando l'affetto
e risvegliando il pensiero le dolci ire, che son
gli efficaci assalti del grazioso nemico, già tanto tempo
ritenuto escluso, straniero e peregrino. È ora unico ed
intiero possessore e disponitor de l'anima; perché ella non
vuole, né vuol volere altro; né gli piace, né vuol che gli
piaccia altro, onde sovente dica:
Dolci ire, guerra dolce, dolci dardi,
Dolci mie piaghe, miei dolci dolori.

Bruno Furori 1098-1099-1100-1101-1102